Nell’ambito della progettazione di dispositivi artificiali destinati all’interazione con l’essere umano, come i sistemi robotici sociali e quelli orientati all’assistenza operativa, uno degli obiettivi ingegneristici principali è quello di renderli morfologicamente simili a noi. L’assunto è che quanto più una macchina somiglia a un essere umano, tanto più dovrebbe risultarci familiare e accettabile. Tuttavia, questa corrispondenza pare non verificarsi in modo così lineare nella realtà. Esiste un momento in cui, all’aumentare della somiglianza morfologica con l’umano (human likeness), essa cessa di essere rassicurante sul piano percettivo e comincia a generare un senso di turbamento. Questo fenomeno, che in letteratura è stato definito Uncanny Valley (UV), sembra dunque collocarsi in una zona di confine percettivo, in cui l’oggetto artificiale, pur mantenendo tratti visibilmente umani, provoca una reazione emotiva negativa. Si tratta di un punto critico in cui la somiglianza, anziché facilitare l’interazione, la mina innescando una sensazione disturbante. Il presente elaborato include uno studio sperimentale che si pone l’obiettivo di testare l’effetto UV in riferimento ad agenti robotici appositamente selezionati, al fine di verificare se tali stimoli riflettano la topografia del fenomeno come era stato concettualizzato dal roboticista Mori nel 1970. L’effetto UV è stato indagato a livello dimensionale, prendendo in analisi i fattori di disturbance, sociability, agency e animacy, attraverso gli item della Human Robot Interaction Scale (HRIES), con l’obiettivo di indagare nello specifico gli elementi che influenzano il sentimento di uncanniness.
Uncanny Valley: topografia del fenomeno e percezione delle entità artificiali nella Human-Robot Interaction
ILGRANDE, GIULIA
2024/2025
Abstract
Nell’ambito della progettazione di dispositivi artificiali destinati all’interazione con l’essere umano, come i sistemi robotici sociali e quelli orientati all’assistenza operativa, uno degli obiettivi ingegneristici principali è quello di renderli morfologicamente simili a noi. L’assunto è che quanto più una macchina somiglia a un essere umano, tanto più dovrebbe risultarci familiare e accettabile. Tuttavia, questa corrispondenza pare non verificarsi in modo così lineare nella realtà. Esiste un momento in cui, all’aumentare della somiglianza morfologica con l’umano (human likeness), essa cessa di essere rassicurante sul piano percettivo e comincia a generare un senso di turbamento. Questo fenomeno, che in letteratura è stato definito Uncanny Valley (UV), sembra dunque collocarsi in una zona di confine percettivo, in cui l’oggetto artificiale, pur mantenendo tratti visibilmente umani, provoca una reazione emotiva negativa. Si tratta di un punto critico in cui la somiglianza, anziché facilitare l’interazione, la mina innescando una sensazione disturbante. Il presente elaborato include uno studio sperimentale che si pone l’obiettivo di testare l’effetto UV in riferimento ad agenti robotici appositamente selezionati, al fine di verificare se tali stimoli riflettano la topografia del fenomeno come era stato concettualizzato dal roboticista Mori nel 1970. L’effetto UV è stato indagato a livello dimensionale, prendendo in analisi i fattori di disturbance, sociability, agency e animacy, attraverso gli item della Human Robot Interaction Scale (HRIES), con l’obiettivo di indagare nello specifico gli elementi che influenzano il sentimento di uncanniness.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.12608/100202