L’istinto di narrare la propria vita, fin dall’antica Grecia, è percepito, dall’essere umano, come un’esigenza primaria. Questa necessità nasce, da una parte, dal bisogno di dare una forma alla propria vita, dall’altra, di analizzare ed elaborare esperienze specifiche considerate fondamentali nella costruzione del proprio io. Attraverso la parola scritta donne e uomini possono riuscire a trovare risposte al loro vissuto, esplorando la loro individualità. Da questo punto di vista, le scritture di vita hanno un ruolo essenziale, perché diventano lo spazio di elaborazione della soggettività umana. Molte scrittrici, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, hanno trovato, in questi generi letterari, uno spazio libero per poter sperimentare e indagare le potenzialità autobiografiche. Dopo aver tracciato una panoramica dello sviluppo delle narrazioni di vita e il modo in cui numerose autrici si sono approcciate a esse, questa tesi mette in luce come tre artiste del XX secolo, attraverso le loro opere, hanno fatto emergere la loro soggettività e, contemporaneamente, hanno offerto uno specchio della società storica, culturale e sociale, che ha caratterizzato il loro tempo. In particolare vengono presi in analisi il romanzo "Artemisia" (1947) di Anna Banti, "Le quattro ragazze Wieselberger" (1976) di Fausta Cialente e l’arte visuale, legata alla narrazione, di Maria Lai.
Figure della voce. Forme e temi della soggettività in Anna Banti, Fausta Cialente e Maria Lai
BARATELLA, ALESSIA
2024/2025
Abstract
L’istinto di narrare la propria vita, fin dall’antica Grecia, è percepito, dall’essere umano, come un’esigenza primaria. Questa necessità nasce, da una parte, dal bisogno di dare una forma alla propria vita, dall’altra, di analizzare ed elaborare esperienze specifiche considerate fondamentali nella costruzione del proprio io. Attraverso la parola scritta donne e uomini possono riuscire a trovare risposte al loro vissuto, esplorando la loro individualità. Da questo punto di vista, le scritture di vita hanno un ruolo essenziale, perché diventano lo spazio di elaborazione della soggettività umana. Molte scrittrici, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, hanno trovato, in questi generi letterari, uno spazio libero per poter sperimentare e indagare le potenzialità autobiografiche. Dopo aver tracciato una panoramica dello sviluppo delle narrazioni di vita e il modo in cui numerose autrici si sono approcciate a esse, questa tesi mette in luce come tre artiste del XX secolo, attraverso le loro opere, hanno fatto emergere la loro soggettività e, contemporaneamente, hanno offerto uno specchio della società storica, culturale e sociale, che ha caratterizzato il loro tempo. In particolare vengono presi in analisi il romanzo "Artemisia" (1947) di Anna Banti, "Le quattro ragazze Wieselberger" (1976) di Fausta Cialente e l’arte visuale, legata alla narrazione, di Maria Lai.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.12608/100771