Le fratture articolari complesse dell’omero prossimale rappresentano una sfida rilevante nella gestione ortopedica del paziente anziano, una situazione che negli ultimi anni si presenta con crescente frequenza. Le strategie tradizionali, come il trattamento conservativo, l’osteosintesi o l’emiartroprotesi, mantengono ancora oggi un ruolo in casi selezionati, ma presentano limiti noti. L’osteosintesi spesso non assicura una stabilità adeguata in pazienti osteoporotici, mentre l’emiartroprotesi fa dipendere il suo risultato dalla guarigione delle tuberosità e molto spesso non garantisce un outcome clinico sufficiente per la corretta vita quotidiana del paziente. In questo quadro, la protesi inversa di spalla (Reverse Shoulder Arthroplasty, RSA) si è imposta come alternativa sempre più utilizzata nelle fratture pluriframmentarie, poiché permette al deltoide di supplire alla cuffia dei rotatori e consente spesso un’elevazione del braccio soddisfacente anche quando l’anatomia iniziale è gravemente alterata. Nonostante ciò, la gestione e soprattutto la guarigione delle tuberosità rimangono aspetti decisivi del recupero, poiché incidono in modo evidente sulla funzionalità in rotazione interna ed esterna. La presente tesi approfondisce i fondamenti anatomici e biomeccanici che giustificano l’impiego della protesi inversa nelle fratture complesse dell’omero prossimale, analizzando al contempo le principali criticità legate alla tecnica chirurgica. Particolare attenzione è dedicata alle complicanze specifiche di questo impianto, come lo scapular notching, le instabilità, la mobilizzazione delle componenti e le fratture da stress dell’acromion, e al loro impatto sugli esiti a medio termine. La letteratura internazionale indica in modo abbastanza costante che, nei pazienti anziani, la RSA garantisce risultati più affidabili rispetto all’osteosintesi e all’emiartroprotesi. Oltre a un recupero del movimento precoce, si osservano anche punteggi funzionali mediamente più alti. Nella nostra analisi della casistica locale, sono stati valutati i pazienti trattati presso la Clinica Ortopedica dell’Azienda Ospedaliera di Padova tra il 2017 e il 2023 con protesi inversa per fratture complesse dell’omero prossimale. I risultati ottenuti confermano quanto riportato nelle principali serie internazionali, sottolineando l’affidabilità della RSA nell’offrire un recupero funzionale adeguato anche in scenari di elevata complessità. Dall’analisi emerge inoltre il ruolo centrale della guarigione tuberositaria, che si associa a una migliore performance nei movimenti rotatori e a una maggiore soddisfazione funzionale, evidenziando l’importanza di una gestione chirurgica attenta e metodica di questi frammenti. In sintesi, l’integrazione tra evidenze di letteratura e analisi della casistica locale supporta il ruolo della protesi inversa come trattamento di riferimento per le fratture complesse dell’omero prossimale nel paziente anziano, grazie alla capacità di garantire un recupero funzionale affidabile anche in condizioni anatomiche sfavorevoli. L’ottenimento dei risultati migliori rimane strettamente legato alla selezione accurata dei pazienti e alla gestione tecnica della procedura, con particolare riguardo alla ricostruzione tuberositaria, elemento chiave per ottimizzare la rotazione esterna e l’autonomia nelle attività quotidiane. Parallelamente, la costante evoluzione dei materiali e delle soluzioni implantari, unitamente allo sviluppo di strumenti digitali per la pianificazione preoperatoria, apre nuove prospettive per un trattamento sempre più personalizzato e orientato alla massima qualità di vita del paziente.
Protesi inversa di spalla come trattamento delle fratture di omero prossimale. Quanto è importante la gestione delle tuberosità? Casistica della Cl. Ortopedica di Padova dal 2017 al 2023
ANDRISANO, PIERGIORGIO
2023/2024
Abstract
Le fratture articolari complesse dell’omero prossimale rappresentano una sfida rilevante nella gestione ortopedica del paziente anziano, una situazione che negli ultimi anni si presenta con crescente frequenza. Le strategie tradizionali, come il trattamento conservativo, l’osteosintesi o l’emiartroprotesi, mantengono ancora oggi un ruolo in casi selezionati, ma presentano limiti noti. L’osteosintesi spesso non assicura una stabilità adeguata in pazienti osteoporotici, mentre l’emiartroprotesi fa dipendere il suo risultato dalla guarigione delle tuberosità e molto spesso non garantisce un outcome clinico sufficiente per la corretta vita quotidiana del paziente. In questo quadro, la protesi inversa di spalla (Reverse Shoulder Arthroplasty, RSA) si è imposta come alternativa sempre più utilizzata nelle fratture pluriframmentarie, poiché permette al deltoide di supplire alla cuffia dei rotatori e consente spesso un’elevazione del braccio soddisfacente anche quando l’anatomia iniziale è gravemente alterata. Nonostante ciò, la gestione e soprattutto la guarigione delle tuberosità rimangono aspetti decisivi del recupero, poiché incidono in modo evidente sulla funzionalità in rotazione interna ed esterna. La presente tesi approfondisce i fondamenti anatomici e biomeccanici che giustificano l’impiego della protesi inversa nelle fratture complesse dell’omero prossimale, analizzando al contempo le principali criticità legate alla tecnica chirurgica. Particolare attenzione è dedicata alle complicanze specifiche di questo impianto, come lo scapular notching, le instabilità, la mobilizzazione delle componenti e le fratture da stress dell’acromion, e al loro impatto sugli esiti a medio termine. La letteratura internazionale indica in modo abbastanza costante che, nei pazienti anziani, la RSA garantisce risultati più affidabili rispetto all’osteosintesi e all’emiartroprotesi. Oltre a un recupero del movimento precoce, si osservano anche punteggi funzionali mediamente più alti. Nella nostra analisi della casistica locale, sono stati valutati i pazienti trattati presso la Clinica Ortopedica dell’Azienda Ospedaliera di Padova tra il 2017 e il 2023 con protesi inversa per fratture complesse dell’omero prossimale. I risultati ottenuti confermano quanto riportato nelle principali serie internazionali, sottolineando l’affidabilità della RSA nell’offrire un recupero funzionale adeguato anche in scenari di elevata complessità. Dall’analisi emerge inoltre il ruolo centrale della guarigione tuberositaria, che si associa a una migliore performance nei movimenti rotatori e a una maggiore soddisfazione funzionale, evidenziando l’importanza di una gestione chirurgica attenta e metodica di questi frammenti. In sintesi, l’integrazione tra evidenze di letteratura e analisi della casistica locale supporta il ruolo della protesi inversa come trattamento di riferimento per le fratture complesse dell’omero prossimale nel paziente anziano, grazie alla capacità di garantire un recupero funzionale affidabile anche in condizioni anatomiche sfavorevoli. L’ottenimento dei risultati migliori rimane strettamente legato alla selezione accurata dei pazienti e alla gestione tecnica della procedura, con particolare riguardo alla ricostruzione tuberositaria, elemento chiave per ottimizzare la rotazione esterna e l’autonomia nelle attività quotidiane. Parallelamente, la costante evoluzione dei materiali e delle soluzioni implantari, unitamente allo sviluppo di strumenti digitali per la pianificazione preoperatoria, apre nuove prospettive per un trattamento sempre più personalizzato e orientato alla massima qualità di vita del paziente.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.12608/103429