Preliminare alla sua applicazione nel panorama iconotestuale, è la definizione di mise en abyme, espressione inventata da André Gide. L’elaborato segue, a partire dalle sue prime attestazioni, la categorizzazione da parte della critica novecentesca del concetto di mise en abyme, in chiave sia narratologica che iconologica, ad opera soprattutto di Lucien Dällenbach e del Nouveau roman. Grazie, fra gli altri, a Mieke Bal, la struttura della mise en abyme si è aperta, nel dibattito contemporaneo, divenendo categoria anche degli studi di cultura visuale. La tesi compie una breve ricognizione della mise en abyme in alcuni casi esemplari forniti dalla storia della letteratura: dagli usi ante litteram fino a J. L. Borges, passando per il «Don Quijote» e i romanzi gidiani. Uno spazio significativo è riservato all’uso che ne è stato fatto sia nelle arti figurative, dove spazia dagli specchi creati dai pittori rinascimentali alle parole nella pittura, sia nella fotografia – come testimoniano gli scatti selezionati da Geoff Dyer – e nel cinema, dove hanno trovato un terreno fertile le mise en abyme filmica e cinematografica. Per avvicinare l’idea di mise en abyme al campo della cultura visuale, è dunque fondamentale un accenno ai termini di metapicture (W.J.T. Mitchell) e di hyperimage (F. Thürlemann). Nell’ottica di questo elaborato, risulta decisivo collegare al rapporto tra parole e immagini anche le tecniche di montaggio, elaborate in parallelo – con significative tangenze – dalla letteratura, culminando nella temperie postmoderna, e dal cinema di primo Novecento, dove si distingue la teoria di Ejzenštejn. Si inseriscono in questo spazio di montaggio delle immagini, occupato dalla forma-atlante iconotestuale, le opere di Aby Warburg e André Malraux, al centro dei saggi di George Didi-Huberman. La parte conclusiva dell’elaborato sviluppa una prima applicazione della mise en abyme nel campo della comparatistica dedicato all’iconotesto e, in particolare, al fototesto. Grazie alle classificazioni studiate fino a questo punto della mise en abyme, emergerà dunque una nuova casistica di questa struttura all’interno delle forme letterarie ibride che uniscono testo e immagini. Basandosi sul panorama fototestuale delineato dagli studi più recenti (tra gli altri, Cometa, Coglitore, Carrara, Marfè e Pinotti), sarà infine possibile elaborare una categorizzazione della mise en abyme secondo le specificità del contesto iconotestuale, illustrando alcuni esempi – primi fra tutti quelli attinti dall’opera di W. G. Sebald.

«Dove i dettagli profetizzano». La mise en abyme nelle dinamiche del fototesto

BOTTURA, GIACOMO
2025/2026

Abstract

Preliminare alla sua applicazione nel panorama iconotestuale, è la definizione di mise en abyme, espressione inventata da André Gide. L’elaborato segue, a partire dalle sue prime attestazioni, la categorizzazione da parte della critica novecentesca del concetto di mise en abyme, in chiave sia narratologica che iconologica, ad opera soprattutto di Lucien Dällenbach e del Nouveau roman. Grazie, fra gli altri, a Mieke Bal, la struttura della mise en abyme si è aperta, nel dibattito contemporaneo, divenendo categoria anche degli studi di cultura visuale. La tesi compie una breve ricognizione della mise en abyme in alcuni casi esemplari forniti dalla storia della letteratura: dagli usi ante litteram fino a J. L. Borges, passando per il «Don Quijote» e i romanzi gidiani. Uno spazio significativo è riservato all’uso che ne è stato fatto sia nelle arti figurative, dove spazia dagli specchi creati dai pittori rinascimentali alle parole nella pittura, sia nella fotografia – come testimoniano gli scatti selezionati da Geoff Dyer – e nel cinema, dove hanno trovato un terreno fertile le mise en abyme filmica e cinematografica. Per avvicinare l’idea di mise en abyme al campo della cultura visuale, è dunque fondamentale un accenno ai termini di metapicture (W.J.T. Mitchell) e di hyperimage (F. Thürlemann). Nell’ottica di questo elaborato, risulta decisivo collegare al rapporto tra parole e immagini anche le tecniche di montaggio, elaborate in parallelo – con significative tangenze – dalla letteratura, culminando nella temperie postmoderna, e dal cinema di primo Novecento, dove si distingue la teoria di Ejzenštejn. Si inseriscono in questo spazio di montaggio delle immagini, occupato dalla forma-atlante iconotestuale, le opere di Aby Warburg e André Malraux, al centro dei saggi di George Didi-Huberman. La parte conclusiva dell’elaborato sviluppa una prima applicazione della mise en abyme nel campo della comparatistica dedicato all’iconotesto e, in particolare, al fototesto. Grazie alle classificazioni studiate fino a questo punto della mise en abyme, emergerà dunque una nuova casistica di questa struttura all’interno delle forme letterarie ibride che uniscono testo e immagini. Basandosi sul panorama fototestuale delineato dagli studi più recenti (tra gli altri, Cometa, Coglitore, Carrara, Marfè e Pinotti), sarà infine possibile elaborare una categorizzazione della mise en abyme secondo le specificità del contesto iconotestuale, illustrando alcuni esempi – primi fra tutti quelli attinti dall’opera di W. G. Sebald.
2025
«Where details prophesy». Mise en abyme within the dynamics of the phototext
fototesto
mise en abyme
fotoletteratura
iconotesto
cultura visuale
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.12608/106980