Daniela Ronco e Giovanni Torrente (2017) descrivono come, in Italia, si è passati da uno Stato assistenziale e correzionale, che poneva al centro l’individuo che poteva essere rieducato, ad uno caritatevole, in cui i servizi debiti alla rieducazione e reintegrazione hanno mantenuto i valori caratteristici del welfare. E’ possibile evincere un contrasto tra i servizi caratteristici del walfare e la realtà sociale che gli operatori, che operano all’interno di tale strutture, configurano: quest’ultimi abitano un contesto ed una società modellata su un credo penalista e logiche del mercato liberale che però confliggono con gli obiettivi di uno Stato caritatevole. Ota De Leonardis (1998, 2009) offre suggestioni riguardo al ruolo del “mercato sociale”: con il superamento del welfare e con il vincolo della scarsità delle risorse che lo accompagna, i meccanismi di sostegno vengono erosi e subordinati a logiche di selezione degli utenti, che devono dimostrare requisiti di “affidabilità” e “meritevolezza”, e di status che facciano ritenere il soggetto come autosufficiente e incapace di azioni imprevedibili e antisociali. Viene dato il beneficio a chi dimostra più “affidabilità situazionale” e chi dispone più quota di capitale sociale. Si assiste a due forme di selezione: - Selezione di tipo attuariale: esclusione dei gruppi inaffidabili (tossicodipendenti o immigrati irregolari privi di legami sociali ad esempio) - Selezione tra i restanti sulla base dei criteri di responsabilità e meritevolezza. Quindi è intuibile quanto siano determinanti le risorse personali e sociali, e quanto queste ultime abbiano un impatto sulle possibilità di accesso ad una misura alternativa. I detenuti immigrati tossicodipendenti rappresentano un gruppo fortemente marginale in quanto sono sia immigrati e quindi spesso privi di risorse sociali, sia consumatori di sostanze e quindi configurati come mancanti di risorse personali. Stando a quanto scrive Roberto Gennaro (2007) nella rassegna penitenziaria e criminologica, gli immigrati tendono a percepire il sistema legislativo italiano come ingiusto, anche perché spesso, l’avvocato d’ufficio a loro assegnato non riesce a dare una adeguata visione del processo ed un’adeguata spiegazione di tutte le scelte prese dal giudice. In un sistema, inoltre, che non considera abbastanza caritatevoli alcuni gruppi, possiamo intendere come la detenzione possa essere percepita a priori ingiusta dalla persona immigrata che oltretutto vede l’integrazione e il reinserimento come complicato e difficile da raggiungere, quando ricercati. La percezione di suddetta difficoltà è sia soggettiva che mantenuta da fatti oggettivi. All’immigrato non resta che vivere la detenzione come parentesi, non utile, della propria vita e che probabilmente si ripresenterà. Traspare dalla letteratura visionata una criticità: in base all’avvocato assegnato, la possibilità di intraprendere un percorso terapeutico si configura come opportunità burocratica di spendere il tempo della propria detenzione presso una comunità piuttosto che in carcere; il servizio, perciò, potrebbe non essere configurato come un luogo in cui poter intraprendere un percorso terapeutico e di rinnovamento di sé. L’ingresso in comunità potrebbe essere promosso da una volontà passivizzata, dettata dalla procedura piuttosto che da una riflessione. L’obiettivo della presente tesi è quella di rilevare ed analizzare la configurazione dell’ingresso in una comunità a partire dalla condizione di detenuto consumatore di sostanze straniero in affidamento terapeutico.
L'affidamento terapeutico come misura alternativa al carcere: come detenuti di nazionalità estera consumatori di sostanza configurano l'ingresso in comunità
URBANI, FRANCESCO
2025/2026
Abstract
Daniela Ronco e Giovanni Torrente (2017) descrivono come, in Italia, si è passati da uno Stato assistenziale e correzionale, che poneva al centro l’individuo che poteva essere rieducato, ad uno caritatevole, in cui i servizi debiti alla rieducazione e reintegrazione hanno mantenuto i valori caratteristici del welfare. E’ possibile evincere un contrasto tra i servizi caratteristici del walfare e la realtà sociale che gli operatori, che operano all’interno di tale strutture, configurano: quest’ultimi abitano un contesto ed una società modellata su un credo penalista e logiche del mercato liberale che però confliggono con gli obiettivi di uno Stato caritatevole. Ota De Leonardis (1998, 2009) offre suggestioni riguardo al ruolo del “mercato sociale”: con il superamento del welfare e con il vincolo della scarsità delle risorse che lo accompagna, i meccanismi di sostegno vengono erosi e subordinati a logiche di selezione degli utenti, che devono dimostrare requisiti di “affidabilità” e “meritevolezza”, e di status che facciano ritenere il soggetto come autosufficiente e incapace di azioni imprevedibili e antisociali. Viene dato il beneficio a chi dimostra più “affidabilità situazionale” e chi dispone più quota di capitale sociale. Si assiste a due forme di selezione: - Selezione di tipo attuariale: esclusione dei gruppi inaffidabili (tossicodipendenti o immigrati irregolari privi di legami sociali ad esempio) - Selezione tra i restanti sulla base dei criteri di responsabilità e meritevolezza. Quindi è intuibile quanto siano determinanti le risorse personali e sociali, e quanto queste ultime abbiano un impatto sulle possibilità di accesso ad una misura alternativa. I detenuti immigrati tossicodipendenti rappresentano un gruppo fortemente marginale in quanto sono sia immigrati e quindi spesso privi di risorse sociali, sia consumatori di sostanze e quindi configurati come mancanti di risorse personali. Stando a quanto scrive Roberto Gennaro (2007) nella rassegna penitenziaria e criminologica, gli immigrati tendono a percepire il sistema legislativo italiano come ingiusto, anche perché spesso, l’avvocato d’ufficio a loro assegnato non riesce a dare una adeguata visione del processo ed un’adeguata spiegazione di tutte le scelte prese dal giudice. In un sistema, inoltre, che non considera abbastanza caritatevoli alcuni gruppi, possiamo intendere come la detenzione possa essere percepita a priori ingiusta dalla persona immigrata che oltretutto vede l’integrazione e il reinserimento come complicato e difficile da raggiungere, quando ricercati. La percezione di suddetta difficoltà è sia soggettiva che mantenuta da fatti oggettivi. All’immigrato non resta che vivere la detenzione come parentesi, non utile, della propria vita e che probabilmente si ripresenterà. Traspare dalla letteratura visionata una criticità: in base all’avvocato assegnato, la possibilità di intraprendere un percorso terapeutico si configura come opportunità burocratica di spendere il tempo della propria detenzione presso una comunità piuttosto che in carcere; il servizio, perciò, potrebbe non essere configurato come un luogo in cui poter intraprendere un percorso terapeutico e di rinnovamento di sé. L’ingresso in comunità potrebbe essere promosso da una volontà passivizzata, dettata dalla procedura piuttosto che da una riflessione. L’obiettivo della presente tesi è quella di rilevare ed analizzare la configurazione dell’ingresso in una comunità a partire dalla condizione di detenuto consumatore di sostanze straniero in affidamento terapeutico.| File | Dimensione | Formato | |
|---|---|---|---|
|
Urbani_Francesco.pdf
accesso aperto
Dimensione
1.84 MB
Formato
Adobe PDF
|
1.84 MB | Adobe PDF | Visualizza/Apri |
The text of this website © Università degli studi di Padova. Full Text are published under a non-exclusive license. Metadata are under a CC0 License
https://hdl.handle.net/20.500.12608/107801