La percezione soggettiva di declino cognitivo, o Subjective Cognitive Decline (SCD), si configura come la presenza di un vissuto soggettivo di peggioramento delle funzioni cognitive rispetto a un livello di funzionamento precedente, in assenza di alterazioni oggettive rilevate attraverso le valutazioni cliniche, neuropsicologiche e strumentali di routine e con un’autonomia preservata nelle attività della vita quotidiana (Jessen et al., 2014). Pur non configurandosi come una condizione clinica conclamata, l’SCD si caratterizza per un’elevata eterogeneità, in quanto può riflettere numerose condizioni sottostanti, tra cui processi legati al normale invecchiamento, fattori psicologici, comorbidità mediche, uso di farmaci, o meccanismi neurodegenerativi in fase molto precoce, con implicazioni prognostiche differenti (Molinuevo et al., 2017). L’SCD è legato, inoltre, a un rischio di conversione in Mild Cognitive Impairment (MCI) e demenza due volte maggiore rispetto alla popolazione generale (Pike et al., 2022). In questo contesto, una sfida cruciale consiste nell’identificazione di misure fisiologiche non invasive, accessibili e sensibili ai meccanismi subclinici legati al rischio di declino cognitivo. Tra queste, le alterazioni nella secrezione di cortisolo (inclusi livelli basali più elevati e alterazioni del ritmo circadiano), è stata associata in modo consistente a prestazioni cognitive inferiori e a meccanismi neurobiologici coinvolti nel processo di deterioramento cognitivo, quali neuroinfiammazione, ridotta plasticità neuronale e vulnerabilità di strutture quali l’ippocampo e la corteccia prefrontale (James et al., 2023; Wu & Zhang et al., 2020). Dunque, il cortisolo potrebbe rappresentare non solo un possibile biomarcatore precoce di declino cognitivo, ma anche un indice sensibile al cambiamento in risposta a interventi mirati. Alla luce dell’assenza di trattamenti farmacologici risolutivi per i disturbi neurocognitivi, gli interventi non farmacologici potrebbero assumere un ruolo centrale nelle fasi così precoci, sostenendo il funzionamento cognitivo e prevenendo o rallentando la progressione delle difficoltà (Smart et al., 2017). In particolar modo, il training cognitivo (CT) rappresenta un approccio promettente per gli individui con SCD, in quanto mira a sostenere le funzioni cognitive, implementare strategie compensative e promuovere un miglioramento a carico della qualità di vita e della percezione soggettiva del funzionamento cognitivo nella vita quotidiana (Sikkes et al., 2021; Sheng et al., 2020). Il presente lavoro intende indagare, da un lato, il ruolo del cortisolo salivare come possibile biomarcatore precoce di vulnerabilità cognitiva, dall’altro valutare gli effetti di un intervento di CT in individui con SCD. Nello specifico, lo studio esamina, alla baseline e al follow-up, il funzionamento cognitivo oggettivo, la percezione soggettiva di declino cognitivo e i livelli e pattern di cortisolo salivare. È stata considerata, inoltre, la sintomatologia psicoaffettiva quale indicatore clinico associato, per via del potenziale ruolo nella caratterizzazione e nella prognosi del profilo cognitivo in individui con SCD. L’obiettivo è, dunque, duplice: 1. esplorare l’associazione tra profilo cognitivo oggettivo, percezione soggettiva di declino e possibili alterazioni psicofisiologiche in individui nelle fasi precoci del continuum del declino cognitivo; 2. valutare l’effetto del CT non solo sul piano cognitivo e soggettivo, ma anche su un indice fisiologico. Nel complesso, questo studio intende promuovere l’integrazione tra misure cognitive, soggettive e fisiologiche, al fine di favorire una migliore identificazione degli individui a maggior rischio di declino cognitivo, e supportare l’implementazione di approcci precoci, non invasivi e accessibili.

Cortisolo salivare e training cognitivo nel declino cognitivo soggettivo: marcatori precoci di vulnerabilità cognitiva e strategie di intervento

MARRONE, CAMILLA
2025/2026

Abstract

La percezione soggettiva di declino cognitivo, o Subjective Cognitive Decline (SCD), si configura come la presenza di un vissuto soggettivo di peggioramento delle funzioni cognitive rispetto a un livello di funzionamento precedente, in assenza di alterazioni oggettive rilevate attraverso le valutazioni cliniche, neuropsicologiche e strumentali di routine e con un’autonomia preservata nelle attività della vita quotidiana (Jessen et al., 2014). Pur non configurandosi come una condizione clinica conclamata, l’SCD si caratterizza per un’elevata eterogeneità, in quanto può riflettere numerose condizioni sottostanti, tra cui processi legati al normale invecchiamento, fattori psicologici, comorbidità mediche, uso di farmaci, o meccanismi neurodegenerativi in fase molto precoce, con implicazioni prognostiche differenti (Molinuevo et al., 2017). L’SCD è legato, inoltre, a un rischio di conversione in Mild Cognitive Impairment (MCI) e demenza due volte maggiore rispetto alla popolazione generale (Pike et al., 2022). In questo contesto, una sfida cruciale consiste nell’identificazione di misure fisiologiche non invasive, accessibili e sensibili ai meccanismi subclinici legati al rischio di declino cognitivo. Tra queste, le alterazioni nella secrezione di cortisolo (inclusi livelli basali più elevati e alterazioni del ritmo circadiano), è stata associata in modo consistente a prestazioni cognitive inferiori e a meccanismi neurobiologici coinvolti nel processo di deterioramento cognitivo, quali neuroinfiammazione, ridotta plasticità neuronale e vulnerabilità di strutture quali l’ippocampo e la corteccia prefrontale (James et al., 2023; Wu & Zhang et al., 2020). Dunque, il cortisolo potrebbe rappresentare non solo un possibile biomarcatore precoce di declino cognitivo, ma anche un indice sensibile al cambiamento in risposta a interventi mirati. Alla luce dell’assenza di trattamenti farmacologici risolutivi per i disturbi neurocognitivi, gli interventi non farmacologici potrebbero assumere un ruolo centrale nelle fasi così precoci, sostenendo il funzionamento cognitivo e prevenendo o rallentando la progressione delle difficoltà (Smart et al., 2017). In particolar modo, il training cognitivo (CT) rappresenta un approccio promettente per gli individui con SCD, in quanto mira a sostenere le funzioni cognitive, implementare strategie compensative e promuovere un miglioramento a carico della qualità di vita e della percezione soggettiva del funzionamento cognitivo nella vita quotidiana (Sikkes et al., 2021; Sheng et al., 2020). Il presente lavoro intende indagare, da un lato, il ruolo del cortisolo salivare come possibile biomarcatore precoce di vulnerabilità cognitiva, dall’altro valutare gli effetti di un intervento di CT in individui con SCD. Nello specifico, lo studio esamina, alla baseline e al follow-up, il funzionamento cognitivo oggettivo, la percezione soggettiva di declino cognitivo e i livelli e pattern di cortisolo salivare. È stata considerata, inoltre, la sintomatologia psicoaffettiva quale indicatore clinico associato, per via del potenziale ruolo nella caratterizzazione e nella prognosi del profilo cognitivo in individui con SCD. L’obiettivo è, dunque, duplice: 1. esplorare l’associazione tra profilo cognitivo oggettivo, percezione soggettiva di declino e possibili alterazioni psicofisiologiche in individui nelle fasi precoci del continuum del declino cognitivo; 2. valutare l’effetto del CT non solo sul piano cognitivo e soggettivo, ma anche su un indice fisiologico. Nel complesso, questo studio intende promuovere l’integrazione tra misure cognitive, soggettive e fisiologiche, al fine di favorire una migliore identificazione degli individui a maggior rischio di declino cognitivo, e supportare l’implementazione di approcci precoci, non invasivi e accessibili.
2025
Salivary cortisol and cognitive training in Subjective Cognitive Decline: early markers of cognitive vulnerability and intervention strategies
SCD
Cortisolo
Training cognitivo
Prevenzione
Intervento precoce
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.12608/110662