Il presente lavoro prende in esame il videomapping, collocandolo all’interno di una genealogia di pratiche di proiezione luminosa e analizzando il rapporto dialettico tra forme storiche e contemporanee della visione. La ricerca mostra come la relazione tra immagine, spazio urbano e spettatore si ridefinisca nel videomapping attraverso un processo non lineare, nel quale le pratiche digitali riattivano, trasformano e riconfigurano linguaggi e modalità espressive precedenti. Tale prospettiva è sviluppata attraverso l’approccio dell’archeologia dei media, integrato dalla teoria della rimediazione di Bolter e Grusin e dal concetto di transcodifica di Manovich. Il percorso d’analisi si snoda attorno a quattro elementi chiave interdipendenti - luce e dispositivo tecnico, superficie di proiezione, strategie autoriali e compositive, spettatore – e assume quali nodi dialettici di riferimento la fantasmagoria settecentesca e il videomapping nell’ambito dei contemporanei festival della luce. La fantasmagoria di Robertson è stata individuata come principale riferimento storico per l’analisi della costruzione dell’illusione luminosa e dell’esperienza della meraviglia: si tratta infatti di una pratica visiva performativa nella quale l’apparato tecnico, la luce, lo spazio scenico e la percezione dello spettatore vengono orchestrati per produrre un’esperienza multisensoriale. La dimensione autoriale, capace di integrare conoscenze ottiche, invenzione visiva e soluzioni sceniche in un progetto unitario, vi svolge un ruolo fondamentale. Dall’altro lato, l’indagine prende in esame i contemporanei festival della luce quali contesti privilegiati di espressione e fruizione del videomapping e, attraverso l’analisi di due manifestazioni europee di riferimento - la Fête des Lumières di Lione e GLOW Eindhoven -, analizza le differenti declinazioni delle componenti narrative, estetiche e partecipative e i processi di rielaborazione delle logiche storiche della proiezione luminosa e della costruzione dell’esperienza della meraviglia. Il videomapping si basa infatti su forme di intervento temporaneo sulla percezione e sulla significazione dello spazio attraverso la luce, già riconoscibili tanto nella fantasmagoria, dove l’alterazione luminosa produceva l’illusione all’interno di un luogo chiuso e oscurato, quanto nelle trasparenze luminose e negli apparati effimeri delle feste pubbliche, attraverso i quali la luce interveniva temporaneamente sulle architetture e sugli spazi urbani. Se nella fantasmagoria la meraviglia deriva dalla capacità del dispositivo di rendere credibile l’apparizione di una presenza immateriale, nel videomapping essa si manifesta nella metamorfosi percettiva di uno spazio reale che acquisisce nuove possibilità visive, narrative e simboliche. L’analisi condotta su alcune delle opere inserite nei festival mette in evidenza il ruolo dell’autore, chiamato a garantire coerenza artistica al progetto complessivo e a coordinare le diverse figure specialistiche coinvolte. È la dimensione progettuale ad attribuire forma e significato alle possibilità offerte dagli apparati tecnologici. In esito al percorso di ricerca, da un lato, la fantasmagoria viene rivalutata al di là del suo tradizionale inquadramento nella storia del precinema e delle origini del cinema, riletta in rapporto alle pratiche mediali contemporanee. Dall’altro, la lettura del videomapping si estende oltre gli aspetti legati all’innovazione tecnologica e alla spettacolarità, approfondendone la complessa dimensione autoriale, mediale e percettiva e riconoscendone il ruolo di linguaggio espressivo nell’ambito delle pratiche artistiche contemporanee.

Per un’archeologia del videomapping. Tra fantasmagoria e festival della luce: forme della meraviglia, logiche dello sguardo e costruzione del senso nello spazio urbano

GRAZIANO, RITA
2025/2026

Abstract

Il presente lavoro prende in esame il videomapping, collocandolo all’interno di una genealogia di pratiche di proiezione luminosa e analizzando il rapporto dialettico tra forme storiche e contemporanee della visione. La ricerca mostra come la relazione tra immagine, spazio urbano e spettatore si ridefinisca nel videomapping attraverso un processo non lineare, nel quale le pratiche digitali riattivano, trasformano e riconfigurano linguaggi e modalità espressive precedenti. Tale prospettiva è sviluppata attraverso l’approccio dell’archeologia dei media, integrato dalla teoria della rimediazione di Bolter e Grusin e dal concetto di transcodifica di Manovich. Il percorso d’analisi si snoda attorno a quattro elementi chiave interdipendenti - luce e dispositivo tecnico, superficie di proiezione, strategie autoriali e compositive, spettatore – e assume quali nodi dialettici di riferimento la fantasmagoria settecentesca e il videomapping nell’ambito dei contemporanei festival della luce. La fantasmagoria di Robertson è stata individuata come principale riferimento storico per l’analisi della costruzione dell’illusione luminosa e dell’esperienza della meraviglia: si tratta infatti di una pratica visiva performativa nella quale l’apparato tecnico, la luce, lo spazio scenico e la percezione dello spettatore vengono orchestrati per produrre un’esperienza multisensoriale. La dimensione autoriale, capace di integrare conoscenze ottiche, invenzione visiva e soluzioni sceniche in un progetto unitario, vi svolge un ruolo fondamentale. Dall’altro lato, l’indagine prende in esame i contemporanei festival della luce quali contesti privilegiati di espressione e fruizione del videomapping e, attraverso l’analisi di due manifestazioni europee di riferimento - la Fête des Lumières di Lione e GLOW Eindhoven -, analizza le differenti declinazioni delle componenti narrative, estetiche e partecipative e i processi di rielaborazione delle logiche storiche della proiezione luminosa e della costruzione dell’esperienza della meraviglia. Il videomapping si basa infatti su forme di intervento temporaneo sulla percezione e sulla significazione dello spazio attraverso la luce, già riconoscibili tanto nella fantasmagoria, dove l’alterazione luminosa produceva l’illusione all’interno di un luogo chiuso e oscurato, quanto nelle trasparenze luminose e negli apparati effimeri delle feste pubbliche, attraverso i quali la luce interveniva temporaneamente sulle architetture e sugli spazi urbani. Se nella fantasmagoria la meraviglia deriva dalla capacità del dispositivo di rendere credibile l’apparizione di una presenza immateriale, nel videomapping essa si manifesta nella metamorfosi percettiva di uno spazio reale che acquisisce nuove possibilità visive, narrative e simboliche. L’analisi condotta su alcune delle opere inserite nei festival mette in evidenza il ruolo dell’autore, chiamato a garantire coerenza artistica al progetto complessivo e a coordinare le diverse figure specialistiche coinvolte. È la dimensione progettuale ad attribuire forma e significato alle possibilità offerte dagli apparati tecnologici. In esito al percorso di ricerca, da un lato, la fantasmagoria viene rivalutata al di là del suo tradizionale inquadramento nella storia del precinema e delle origini del cinema, riletta in rapporto alle pratiche mediali contemporanee. Dall’altro, la lettura del videomapping si estende oltre gli aspetti legati all’innovazione tecnologica e alla spettacolarità, approfondendone la complessa dimensione autoriale, mediale e percettiva e riconoscendone il ruolo di linguaggio espressivo nell’ambito delle pratiche artistiche contemporanee.
2025
Towards an Archaeology of Videomapping. Between Phantasmagoria and Light Festivals: Forms of Wonder, Logics of Vision and the Construction of Meaning in Urban Space.
videomapping
light festival
media archaeology
urban space
phantasmagoria
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.12608/113243