La tesi analizza la costruzione del potere fascista nella provincia di Bergamo tra il 1919 e il 1929, analizzando la violenza squadrista come prassi politica capace di produrre ordine, legittimità e nuove gerarchie locali. Attraverso lo studio della stampa bergamasca, della documentazione d’archivio, delle fonti combattentistiche e commemorative, e della ricca storiografia locale, il lavoro ricostruisce il passaggio dalla crisi dell’ordine liberale del primo dopoguerra alla presa di potere fascista e la sua progressiva istituzionalizzazione, mettendone in luce alcuni caratteri di continuità a lungo sottovalutati nella memoria territoriale. Il primo capitolo indaga le condizioni sociali, politiche e simboliche del dopoguerra, che formarono il contesto dell’affermazione del fascismo locale dal 1919 in poi: la smobilitazione, il conflitto sociale, la costruzione del nemico interno, il ruolo del cattolicesimo organizzato, del socialismo e del combattentismo, nonché la precoce elaborazione di un linguaggio pubblico del sacrificio e della memoria dei caduti. Il secondo capitolo segue la trasformazione del fascismo bergamasco da movimento minoritario a forza pubblica e violenta, capace di conquistare lo spazio pubblico attraverso spedizioni punitive, intimidazioni e aggressioni private, fino all’insurrezione armata contro lo Stato liberale. Il terzo capitolo esamina invece il periodo successivo alla Marcia su Roma, mostrando come la violenza non scomparve con l’ingresso del fascismo nelle istituzioni, ma venne usata come pratica di governo, per ottenere disciplinamento del territorio, controllo della parola pubblica e monopolio della memoria bellica, legata strumentalmente alla costruzione dell’immagine martirologica dello squadrismo. La data simbolica del 1929, con la firma dei Patti Lateranensi, rappresenta un punto di svolta pacificante nella devota provincia, e la definitiva conquista del potere da parte del fascismo locale. Il caso bergamasco consente così di osservare come la fascistizzazione non procedette soltanto attraverso l’imposizione dall’alto dello Stato-partito, ma anche mediante una più minuta riconfigurazione dei rapporti locali di potere. La violenza colpì avversari politici, amministrazioni, associazioni, cattolici, reduci e forme autonome di mediazione sociale, mentre il culto dei caduti e dei martiri fascisti contribuì a trasformare la morte di parte in fondamento simbolico del nuovo ordine. In questa prospettiva, il fascismo bergamasco appare come un laboratorio locale della costruzione dell’ordine fascista, nel quale violenza politica, martirio e memoria pubblica agirono insieme nella legittimazione del regime.
«Pronti a qualunque azione» Violenza squadrista, martirio politico e costruzione del potere fascista a Bergamo, 1919-1929
ZANETTI, ANDREA
2025/2026
Abstract
La tesi analizza la costruzione del potere fascista nella provincia di Bergamo tra il 1919 e il 1929, analizzando la violenza squadrista come prassi politica capace di produrre ordine, legittimità e nuove gerarchie locali. Attraverso lo studio della stampa bergamasca, della documentazione d’archivio, delle fonti combattentistiche e commemorative, e della ricca storiografia locale, il lavoro ricostruisce il passaggio dalla crisi dell’ordine liberale del primo dopoguerra alla presa di potere fascista e la sua progressiva istituzionalizzazione, mettendone in luce alcuni caratteri di continuità a lungo sottovalutati nella memoria territoriale. Il primo capitolo indaga le condizioni sociali, politiche e simboliche del dopoguerra, che formarono il contesto dell’affermazione del fascismo locale dal 1919 in poi: la smobilitazione, il conflitto sociale, la costruzione del nemico interno, il ruolo del cattolicesimo organizzato, del socialismo e del combattentismo, nonché la precoce elaborazione di un linguaggio pubblico del sacrificio e della memoria dei caduti. Il secondo capitolo segue la trasformazione del fascismo bergamasco da movimento minoritario a forza pubblica e violenta, capace di conquistare lo spazio pubblico attraverso spedizioni punitive, intimidazioni e aggressioni private, fino all’insurrezione armata contro lo Stato liberale. Il terzo capitolo esamina invece il periodo successivo alla Marcia su Roma, mostrando come la violenza non scomparve con l’ingresso del fascismo nelle istituzioni, ma venne usata come pratica di governo, per ottenere disciplinamento del territorio, controllo della parola pubblica e monopolio della memoria bellica, legata strumentalmente alla costruzione dell’immagine martirologica dello squadrismo. La data simbolica del 1929, con la firma dei Patti Lateranensi, rappresenta un punto di svolta pacificante nella devota provincia, e la definitiva conquista del potere da parte del fascismo locale. Il caso bergamasco consente così di osservare come la fascistizzazione non procedette soltanto attraverso l’imposizione dall’alto dello Stato-partito, ma anche mediante una più minuta riconfigurazione dei rapporti locali di potere. La violenza colpì avversari politici, amministrazioni, associazioni, cattolici, reduci e forme autonome di mediazione sociale, mentre il culto dei caduti e dei martiri fascisti contribuì a trasformare la morte di parte in fondamento simbolico del nuovo ordine. In questa prospettiva, il fascismo bergamasco appare come un laboratorio locale della costruzione dell’ordine fascista, nel quale violenza politica, martirio e memoria pubblica agirono insieme nella legittimazione del regime.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.12608/113285