L’intento del presente elaborato è quello di delineare un confronto fra due delle più significative espressioni del pensiero filosofico indiano: la prima è la scuola Sāṃkhya, che costituisce una delle sei principali visioni del mondo (darśana) prodotte dall’induismo classico; la seconda, invece, è il più tardo Śivaismo non-duale del Kashmir. La metafisica dei due sistemi li qualifica subito come radicalmente diversi: il Sāṃkhya è ateo – almeno nel periodo più noto della sua storia – e propone una visione della realtà basata su un forte dualismo fra princìpi opposti e irriducibili; lo Śivaismo monista, al contrario, ritiene che l’universo scaturisca da un unico Assoluto, peraltro identificato con il dio hindu Śiva. A fronte delle opposte premesse, entrambe le scuole riconoscono la varietà degli enti e cercano di spiegarla riconducendola ad un’unica causa fondamentale. Ambedue, inoltre, sottolineano la necessità di comprendere i princìpi fondamentali che costituiscono la realtà. Come accade nel caso di molte correnti di pensiero sorte nel subcontinente indiano, tale esortazione è fondata su un forte intento soteriologico: l’indagine relativa alla struttura del reale, quindi, costituisce la base imprescindibile per avanzare proposte di salvezza ben precise, che consentano a chi le segua di affrancarsi permanentemente dalla sofferenza esistenziale. Ovviamente, il fatto che i due sistemi siano organizzati in questo modo fa sì che le grandi divergenze in ambito teoretico si ripercuotano direttamente sulla rispettiva proposta di salvezza: il Sāṃkhya mira a far comprendere la radicale alterità che sussiste fra i due princìpi primi della sua metafisica, mentre lo Śivaismo monista indica all’asceta la via per sperimentare il mondo come espressione diretta dell’Assoluto. Nonostante questa netta differenza di vedute, i due sistemi presentano anche varie affinità nella loro visione del mondo: a riprova di ciò, la metafisica del Sāṃkhya è stata sostanzialmente inglobata da quella dello Śivaismo monista, fatto che può risultare sorprendente se si considera la lontananza fra le loro concezioni fondamentali. Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, però, questa appropriazione non danneggia gravemente nessuno dei due sistemi; a mio parere, anzi, essa dà maggiore profondità alla visione śivaita e, al contempo, contribuisce a risolvere alcune aporie insite nel dualismo del Sāṃkhya.
Sé e natura tra Sāṃkhya e Śivaismo Non-duale del Kashmir
STEVANELLO, DAVIDE
2024/2025
Abstract
L’intento del presente elaborato è quello di delineare un confronto fra due delle più significative espressioni del pensiero filosofico indiano: la prima è la scuola Sāṃkhya, che costituisce una delle sei principali visioni del mondo (darśana) prodotte dall’induismo classico; la seconda, invece, è il più tardo Śivaismo non-duale del Kashmir. La metafisica dei due sistemi li qualifica subito come radicalmente diversi: il Sāṃkhya è ateo – almeno nel periodo più noto della sua storia – e propone una visione della realtà basata su un forte dualismo fra princìpi opposti e irriducibili; lo Śivaismo monista, al contrario, ritiene che l’universo scaturisca da un unico Assoluto, peraltro identificato con il dio hindu Śiva. A fronte delle opposte premesse, entrambe le scuole riconoscono la varietà degli enti e cercano di spiegarla riconducendola ad un’unica causa fondamentale. Ambedue, inoltre, sottolineano la necessità di comprendere i princìpi fondamentali che costituiscono la realtà. Come accade nel caso di molte correnti di pensiero sorte nel subcontinente indiano, tale esortazione è fondata su un forte intento soteriologico: l’indagine relativa alla struttura del reale, quindi, costituisce la base imprescindibile per avanzare proposte di salvezza ben precise, che consentano a chi le segua di affrancarsi permanentemente dalla sofferenza esistenziale. Ovviamente, il fatto che i due sistemi siano organizzati in questo modo fa sì che le grandi divergenze in ambito teoretico si ripercuotano direttamente sulla rispettiva proposta di salvezza: il Sāṃkhya mira a far comprendere la radicale alterità che sussiste fra i due princìpi primi della sua metafisica, mentre lo Śivaismo monista indica all’asceta la via per sperimentare il mondo come espressione diretta dell’Assoluto. Nonostante questa netta differenza di vedute, i due sistemi presentano anche varie affinità nella loro visione del mondo: a riprova di ciò, la metafisica del Sāṃkhya è stata sostanzialmente inglobata da quella dello Śivaismo monista, fatto che può risultare sorprendente se si considera la lontananza fra le loro concezioni fondamentali. Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, però, questa appropriazione non danneggia gravemente nessuno dei due sistemi; a mio parere, anzi, essa dà maggiore profondità alla visione śivaita e, al contempo, contribuisce a risolvere alcune aporie insite nel dualismo del Sāṃkhya.| File | Dimensione | Formato | |
|---|---|---|---|
|
Stevanello_Davide.pdf
accesso aperto
Dimensione
3.1 MB
Formato
Adobe PDF
|
3.1 MB | Adobe PDF | Visualizza/Apri |
The text of this website © Università degli studi di Padova. Full Text are published under a non-exclusive license. Metadata are under a CC0 License
https://hdl.handle.net/20.500.12608/100591