Background: con autolesionismo non suicidario (Non-Suicidal Self-Injury, o NSSI) si intende un comportamento caratterizzato dal danneggiamento intenzionale del proprio corpo in assenza di intento suicidario. Tale fenomeno si pone come una questione complessa e rilevante nei contesti ospedalieri psichiatrici, in particolare nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), che richiedono l’integrazione di competenze cliniche, relazionali e organizzative, coinvolgendo sia la dimensione terapeutica individuale sia l’intera struttura nel processo assistenziale di gestione del fenomeno nei pazienti a rischio. Obiettivo: nel seguente elaborato verranno identificate e analizzate le strategie psicoterapeutiche, farmacologiche, assistenziali e organizzative per la prevenzione dell’autolesionismo nei pazienti adolescenti e adulti ricoverati in SPDC, esplorando in che modo l’infermiere svolga un ruolo importante nel contenimento dei comportamenti autolesivi. Strategie di ricerca: l’analisi condotta comprendeva la ricerca di articoli su banche dati, quali PubMed, PsycINFO e Cochrane Library, utilizzando le seguenti parole chiave: “self-harm”, “non-suicidal self-injury”, “psychiatric ward”, “inpatient”, “nursing”, “intervention”, “prevention”. Sono stati selezionati articoli pubblicati tra il 1995 e il 2025, in inglese o italiano, riguardanti popolazioni adolescenziali o adulte ricoverate in reparti psichiatrici ospedalieri. Risultati: dagli studi analizzati emerge una maggiore efficacia degli interventi psicoterapeutici strutturati, come la Dialectical Behavioral Therapy (DBT) e le sue varianti, che necessitano del supporto di approcci organizzativi e assistenziali atti a migliorare l’ambiente di reparto e la relazione terapeutica. D’altro canto, le strategie farmacologiche presentano evidenze limitate, mentre quelle di harm reduction hanno sollevato dibattiti etici riguardo l’applicazione clinica. Conclusioni: dalla revisione emerge l’importanza di un approccio multidimensionale alla prevenzione dell’autolesionismo in SPDC, basato sulla collaborazione interdisciplinare e sul ruolo proattivo dell’infermiere. Nonostante ciò, esistono ancora dibattiti riguardanti protocolli condivisi e formazione specifica legata alla gestione del rischio di comportamenti autolesivi.
La prevenzione dell’autolesionismo nei pazienti ricoverati in SPDC
TASCIONE, ANDREA
2024/2025
Abstract
Background: con autolesionismo non suicidario (Non-Suicidal Self-Injury, o NSSI) si intende un comportamento caratterizzato dal danneggiamento intenzionale del proprio corpo in assenza di intento suicidario. Tale fenomeno si pone come una questione complessa e rilevante nei contesti ospedalieri psichiatrici, in particolare nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), che richiedono l’integrazione di competenze cliniche, relazionali e organizzative, coinvolgendo sia la dimensione terapeutica individuale sia l’intera struttura nel processo assistenziale di gestione del fenomeno nei pazienti a rischio. Obiettivo: nel seguente elaborato verranno identificate e analizzate le strategie psicoterapeutiche, farmacologiche, assistenziali e organizzative per la prevenzione dell’autolesionismo nei pazienti adolescenti e adulti ricoverati in SPDC, esplorando in che modo l’infermiere svolga un ruolo importante nel contenimento dei comportamenti autolesivi. Strategie di ricerca: l’analisi condotta comprendeva la ricerca di articoli su banche dati, quali PubMed, PsycINFO e Cochrane Library, utilizzando le seguenti parole chiave: “self-harm”, “non-suicidal self-injury”, “psychiatric ward”, “inpatient”, “nursing”, “intervention”, “prevention”. Sono stati selezionati articoli pubblicati tra il 1995 e il 2025, in inglese o italiano, riguardanti popolazioni adolescenziali o adulte ricoverate in reparti psichiatrici ospedalieri. Risultati: dagli studi analizzati emerge una maggiore efficacia degli interventi psicoterapeutici strutturati, come la Dialectical Behavioral Therapy (DBT) e le sue varianti, che necessitano del supporto di approcci organizzativi e assistenziali atti a migliorare l’ambiente di reparto e la relazione terapeutica. D’altro canto, le strategie farmacologiche presentano evidenze limitate, mentre quelle di harm reduction hanno sollevato dibattiti etici riguardo l’applicazione clinica. Conclusioni: dalla revisione emerge l’importanza di un approccio multidimensionale alla prevenzione dell’autolesionismo in SPDC, basato sulla collaborazione interdisciplinare e sul ruolo proattivo dell’infermiere. Nonostante ciò, esistono ancora dibattiti riguardanti protocolli condivisi e formazione specifica legata alla gestione del rischio di comportamenti autolesivi.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.12608/102754