Gli anni Sessanta e Settanta sono, dal punto di vista artistico, storico e sociale, anni di grande cambiamento. In particolare, in ambito artistico, si assiste alla nascita e alla diffusione della Pop Art, dell’Arte Povera e del Gruppo Fluxus, che rappresentano però solo alcune novità di questo variegato panorama. Seppur in tono minore, vi sono infatti alcune figure che, per la loro vicenda umana e artistica, meritano una trattazione autonoma. Una di queste è Ketty La Rocca, maestra elementare vissuta a Firenze, che, da autodidatta, ha sperimentato e utilizzato diversi mezzi e modalità del fare artistico. Avvicinatasi al mondo dell’arte grazie al contatto con i conterranei poeti visivi, con loro ha partecipato non soltanto ad azioni collettive, ma ha appreso anche la tecnica del collage largo e della manipolazione delle immagini preconfezionate. Questa tesi si propone di mettere in luce come, seppur breve, quell’esperienza e quei collages siano fondamentali nel percorso dell’artista e indicativi di un’epoca: una testimonianza storica a tutti gli effetti della rinascita economica italiana, della condizione femminile, degli scontri politici e della guerra. I collages sono infatti una provocazione, un modo per riflettere e per far vedere la realtà da una prospettiva differente. Questa curiosità per il mondo e per il linguaggio con il quale esso si manifesta saranno oggetto di tutti i lavori successivi di La Rocca. Prima in Italia a sperimentare il videotape, ha inoltre realizzato sculture, installazioni, segnaletiche stradali, opere nelle quali l’artista sembra abbandonare la parte visiva per concentrarsi maggiormente su quella linguistica, anche attingendo dalle esperienze di altri gruppi coevi, come quello di Poesia Concreta e del Gruppo 63. Quello che però sembra interessarla profondamente è la volontà di recuperare un linguaggio più autentico, quello gestuale, ripreso anche dalle teorie antropologiche. E questo lo si evince soprattutto dal libro d’artista “In principio erat”, nel quale ai gesti delle mani vengono dialetticamente accostati, in uno stato di ambiguità, frasi nonsense o filastrocche di sapore popolare e nella serie delle "Craniologie", così chiamate perché realizzate mediante l’uso di radiografie del cranio, in cui le mani si sovrappongono alle fotografie: immagini suggestive che rimandano all’immaginario del memento mori e alle riflessioni di Roland Barthes, che definisce la fotografia come un’esperienza legata all’idea di morte. A chiudere l’esistenza di La Rocca, prematuramente stroncata dalla malattia, è la serie delle "Riduzioni", considerata dal figlio Michelangelo Vasta la più significativa. Oggetto di questi lavori sono fotografie di opere d’arte, ritratti di carattere sociale, ricavati per la maggior parte dagli Archivi Alinari, o locandine di famosi film. Essi vengono dall’artista “riscritti” e diventano altro da sé, non più immagini di consumo ormai prive di significato, ma immagini personali e perciò significative. Numerose pubblicazioni, mostre e tesi di laurea a lei dedicate dimostrano un rinnovato interesse per la sua arte. Inoltre, gli studi hanno messo in luce nuovi elementi, quali, ad esempio, i rapporti con galleristi e critici, anche al di fuori della scena nazionale, e la partecipazione a mostre femminili. La denuncia della precaria condizione della donna trova spazio nei numerosi testi poetici e negli appunti di La Rocca, che in una lettera scrive: «Ancora, in Italia almeno, essere donna e fare il mio lavoro è di una difficoltà incredibile». Tutti questi elementi dimostrano, in ultima analisi, la carica di attualità e la preveggenza che questa artista ha avuto nel cogliere i fermenti della sua epoca e la capacità di realizzare opere caratterizzate da una forte sensibilità.
La vita è un'altra cosa. L'esperienza artistica di Ketty La Rocca: la stagione verbovisiva.
PALLARO, ANNAROSA
2025/2026
Abstract
Gli anni Sessanta e Settanta sono, dal punto di vista artistico, storico e sociale, anni di grande cambiamento. In particolare, in ambito artistico, si assiste alla nascita e alla diffusione della Pop Art, dell’Arte Povera e del Gruppo Fluxus, che rappresentano però solo alcune novità di questo variegato panorama. Seppur in tono minore, vi sono infatti alcune figure che, per la loro vicenda umana e artistica, meritano una trattazione autonoma. Una di queste è Ketty La Rocca, maestra elementare vissuta a Firenze, che, da autodidatta, ha sperimentato e utilizzato diversi mezzi e modalità del fare artistico. Avvicinatasi al mondo dell’arte grazie al contatto con i conterranei poeti visivi, con loro ha partecipato non soltanto ad azioni collettive, ma ha appreso anche la tecnica del collage largo e della manipolazione delle immagini preconfezionate. Questa tesi si propone di mettere in luce come, seppur breve, quell’esperienza e quei collages siano fondamentali nel percorso dell’artista e indicativi di un’epoca: una testimonianza storica a tutti gli effetti della rinascita economica italiana, della condizione femminile, degli scontri politici e della guerra. I collages sono infatti una provocazione, un modo per riflettere e per far vedere la realtà da una prospettiva differente. Questa curiosità per il mondo e per il linguaggio con il quale esso si manifesta saranno oggetto di tutti i lavori successivi di La Rocca. Prima in Italia a sperimentare il videotape, ha inoltre realizzato sculture, installazioni, segnaletiche stradali, opere nelle quali l’artista sembra abbandonare la parte visiva per concentrarsi maggiormente su quella linguistica, anche attingendo dalle esperienze di altri gruppi coevi, come quello di Poesia Concreta e del Gruppo 63. Quello che però sembra interessarla profondamente è la volontà di recuperare un linguaggio più autentico, quello gestuale, ripreso anche dalle teorie antropologiche. E questo lo si evince soprattutto dal libro d’artista “In principio erat”, nel quale ai gesti delle mani vengono dialetticamente accostati, in uno stato di ambiguità, frasi nonsense o filastrocche di sapore popolare e nella serie delle "Craniologie", così chiamate perché realizzate mediante l’uso di radiografie del cranio, in cui le mani si sovrappongono alle fotografie: immagini suggestive che rimandano all’immaginario del memento mori e alle riflessioni di Roland Barthes, che definisce la fotografia come un’esperienza legata all’idea di morte. A chiudere l’esistenza di La Rocca, prematuramente stroncata dalla malattia, è la serie delle "Riduzioni", considerata dal figlio Michelangelo Vasta la più significativa. Oggetto di questi lavori sono fotografie di opere d’arte, ritratti di carattere sociale, ricavati per la maggior parte dagli Archivi Alinari, o locandine di famosi film. Essi vengono dall’artista “riscritti” e diventano altro da sé, non più immagini di consumo ormai prive di significato, ma immagini personali e perciò significative. Numerose pubblicazioni, mostre e tesi di laurea a lei dedicate dimostrano un rinnovato interesse per la sua arte. Inoltre, gli studi hanno messo in luce nuovi elementi, quali, ad esempio, i rapporti con galleristi e critici, anche al di fuori della scena nazionale, e la partecipazione a mostre femminili. La denuncia della precaria condizione della donna trova spazio nei numerosi testi poetici e negli appunti di La Rocca, che in una lettera scrive: «Ancora, in Italia almeno, essere donna e fare il mio lavoro è di una difficoltà incredibile». Tutti questi elementi dimostrano, in ultima analisi, la carica di attualità e la preveggenza che questa artista ha avuto nel cogliere i fermenti della sua epoca e la capacità di realizzare opere caratterizzate da una forte sensibilità.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.12608/106691