The Royal Museum for Central Africa (RMCA) in Tervuren, Belgium, long regarded as the last colonial museum in the world, preserved for decades the propagandistic framework conceived by Leopold II. Within the context of the global debate on the decolonization of ethnographic institutions, the museum closed in 2013 to undertake a profound architectural and exhibition renewal. This study investigates whether the transformation of the present-day AfricaMuseum, from a colonial instrument into a center for research and education, represents a genuine epistemological break with the past or rather an adaptation of imperial rhetoric to contemporary sensibilities. The analysis begins with a reconstruction of the historical context of Belgian imperialism and the system of exploitation in the Congo Basin under the rule of Leopold II. The museum narrative, which originated at the end of the nineteenth century but was definitively shaped in the 1950s, is now being reinterpreted in light of democratic demands and calls for the inclusion of African voices in the representation of their own history. From this perspective, the study highlights the need to move beyond Western interpretative categories in favor of a shared distribution of power. The reflection on Belgium’s role in the critical reassessment of its colonial roots reveals an understanding of decolonization not as a final achievement, but as an open and negotiated process involving not only the museum itself, but contemporary society as a whole. Culture, in fact, does not remain confined within institutional walls; rather, it flows through the streets, shaping the thoughts and actions of citizens around the world.

Il Museo Reale per l’Africa Centrale (RMCA) di Tervuren, in Belgio, a lungo considerato l’ultimo museo coloniale al mondo, ha conservato per decenni l’impianto propagandistico concepito da Leopoldo II. Nel contesto del dibattito globale sulla decolonizzazione delle istituzioni museali, il RMCA ha chiuso nel 2013 per avviare un profondo rinnovamento architettonico ed espositivo. Il presente studio indaga se la trasformazione dell’attuale AfricaMuseum, da strumento coloniale a centro di ricerca e formazione, rappresenti una reale rottura epistemologica con il passato oppure un adattamento della retorica imperiale alle sensibilità contemporanee. L’indagine prende avvio dalla ricostruzione del contesto storico dell’imperialismo belga e del sistema di sfruttamento del bacino del Congo sotto il dominio di Leopoldo II. La narrazione museale, formatasi alla fine dell’Ottocento ma plasmata definitivamente negli anni Cinquanta del Novecento, viene oggi riletta alla luce delle istanze democratiche e delle richieste di inclusione delle voci africane nella rappresentazione della propria storia. In questa prospettiva, il lavoro evidenzia la necessità di superare le categorie interpretative occidentali, a favore di una condivisione comune del potere. La riflessione sul ruolo del Belgio nell’elaborazione critica delle proprie radici coloniali rivela una concezione di decolonizzazione non come traguardo definitivo, ma come processo aperto e negoziato, che coinvolge non solo il museo, ma l’intera società contemporanea. La cultura, infatti, non resta incatenata all’interno delle mura istituzionali, ma naviga fluida per le strade, influenzando pensieri ed azioni dei cittadini del mondo.

Decolonizzare o rinnovare l’impero? Il caso del Museo Reale per l'Africa Centrale in Belgio

FAVARON, ANNA
2025/2026

Abstract

The Royal Museum for Central Africa (RMCA) in Tervuren, Belgium, long regarded as the last colonial museum in the world, preserved for decades the propagandistic framework conceived by Leopold II. Within the context of the global debate on the decolonization of ethnographic institutions, the museum closed in 2013 to undertake a profound architectural and exhibition renewal. This study investigates whether the transformation of the present-day AfricaMuseum, from a colonial instrument into a center for research and education, represents a genuine epistemological break with the past or rather an adaptation of imperial rhetoric to contemporary sensibilities. The analysis begins with a reconstruction of the historical context of Belgian imperialism and the system of exploitation in the Congo Basin under the rule of Leopold II. The museum narrative, which originated at the end of the nineteenth century but was definitively shaped in the 1950s, is now being reinterpreted in light of democratic demands and calls for the inclusion of African voices in the representation of their own history. From this perspective, the study highlights the need to move beyond Western interpretative categories in favor of a shared distribution of power. The reflection on Belgium’s role in the critical reassessment of its colonial roots reveals an understanding of decolonization not as a final achievement, but as an open and negotiated process involving not only the museum itself, but contemporary society as a whole. Culture, in fact, does not remain confined within institutional walls; rather, it flows through the streets, shaping the thoughts and actions of citizens around the world.
2025
Decolonizing or renewing the empire? A case study of Belgium’s Royal Museum for Central Africa
Il Museo Reale per l’Africa Centrale (RMCA) di Tervuren, in Belgio, a lungo considerato l’ultimo museo coloniale al mondo, ha conservato per decenni l’impianto propagandistico concepito da Leopoldo II. Nel contesto del dibattito globale sulla decolonizzazione delle istituzioni museali, il RMCA ha chiuso nel 2013 per avviare un profondo rinnovamento architettonico ed espositivo. Il presente studio indaga se la trasformazione dell’attuale AfricaMuseum, da strumento coloniale a centro di ricerca e formazione, rappresenti una reale rottura epistemologica con il passato oppure un adattamento della retorica imperiale alle sensibilità contemporanee. L’indagine prende avvio dalla ricostruzione del contesto storico dell’imperialismo belga e del sistema di sfruttamento del bacino del Congo sotto il dominio di Leopoldo II. La narrazione museale, formatasi alla fine dell’Ottocento ma plasmata definitivamente negli anni Cinquanta del Novecento, viene oggi riletta alla luce delle istanze democratiche e delle richieste di inclusione delle voci africane nella rappresentazione della propria storia. In questa prospettiva, il lavoro evidenzia la necessità di superare le categorie interpretative occidentali, a favore di una condivisione comune del potere. La riflessione sul ruolo del Belgio nell’elaborazione critica delle proprie radici coloniali rivela una concezione di decolonizzazione non come traguardo definitivo, ma come processo aperto e negoziato, che coinvolge non solo il museo, ma l’intera società contemporanea. La cultura, infatti, non resta incatenata all’interno delle mura istituzionali, ma naviga fluida per le strade, influenzando pensieri ed azioni dei cittadini del mondo.
Belgio
Congo
Decolonizzazione
Museografia
Narrazione politica
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.12608/111224