International climate governance is in crisis. Despite decades of multilateral negotiations, global emissions have not been significantly reduced. The dominant literature explains this failure through the lens of collective action theory, framing it as a free-riding problem among states. This thesis challenges that diagnosis by drawing on the alternative framework proposed by Aklin and Mildenberger, who argue that climate policy failure is driven primarily by domestic distributive conflict, the asymmetric power of carbon-intensive industries, fossil fuel lobbies, and veto players operating within each state's political system. Against this backdrop, the thesis re-examines the role of strategic climate litigation. Building on Pisanò's concept of "empty rulings", local judicial remedies unable to alter global emission dynamics, this work argues that such a critique rests on a flawed premise. When climate litigation is assessed through the lens of domestic distributive conflict rather than international free-riding, its effectiveness must be measured not at the scale of global emissions, but at the scale of domestic politics. The Urgenda case serves as a central empirical illustration: its significance lies not in the Netherlands' marginal share of global emissions, but in its capacity to reduce governmental discretion, empower pro-climate coalitions, and weaken carbon-intensive veto players. The thesis further argues that international climate law, as embodied in the UNFCCC and the Paris Agreement, already provides an answer to the free-riding critique by establishing individual state obligations independent of reciprocity, making them justiciable through litigation. This opens the way for a reconceptualisation of the role of international climate institutions: rather than resolving free-riding, their function should be to reduce informational asymmetries between carbon-intensive interests and citizens, and to strengthen pro-climate coalitions at the domestic level. The result is a virtuous cycle in which international standards fuel litigation, litigation strengthens coalitions, and stronger coalitions generate more ambitious policies. The thesis concludes by acknowledging the structural limits of this model, which operates most effectively within industrialised constitutional democracies, raising critical questions about access to justice and judicial independence in the countries most vulnerable to climate change.

La governance climatica internazionale è in crisi. Nonostante decenni di negoziati multilaterali, le emissioni globali non hanno subito riduzioni significative. La letteratura dominante spiega questo fallimento attraverso la teoria dell'azione collettiva, inquadrandolo come un problema di free-riding tra Stati. Questa tesi mette in discussione tale diagnosi, adottando il framework alternativo proposto da Aklin e Mildenberger, secondo cui il fallimento delle politiche climatiche è determinato principalmente dal conflitto distributivo domestico, ovvero dal potere asimmetrico delle industrie carbon-intensive, delle lobby dei combustibili fossili e dei veto players che operano all'interno del sistema politico di ciascun paese. In questo quadro, la tesi riesamina il ruolo del contenzioso climatico strategico. Muovendo dalla critica di Pisanò alle cosiddette "sentenze vuote", rimedi giudiziari locali incapaci di incidere sulle dinamiche globali delle emissioni; il lavoro sostiene che tale critica poggi su un presupposto errato. Se il contenzioso climatico viene valutato attraverso la lente del conflitto distributivo domestico anziché del free-riding internazionale, la sua efficacia va misurata non alla scala delle emissioni globali, ma alla scala della politica interna. Il caso Urgenda costituisce l'illustrazione empirica centrale: la sua rilevanza non risiede nella quota marginale di emissioni dei Paesi Bassi, ma nella capacità della sentenza di ridurre la discrezionalità governativa, rafforzare le coalizioni pro-clima e indebolire i veto players carbon-intensive. La tesi sostiene inoltre che il diritto climatico internazionale, così come configurato dall'UNFCCC e dall'Accordo di Parigi, offra già una risposta alla critica del free-riding, stabilendo obbligazioni individuali degli Stati indipendenti dalla reciprocità e rendendole giustiziabili attraverso il contenzioso. Ciò apre la strada a una ridefinizione del ruolo delle istituzioni internazionali del clima: non più risolvere il free-riding, ma ridurre le asimmetrie informative tra interessi carbon-intensive e cittadini e rafforzare le coalizioni pro-clima a livello domestico, innescando un circolo virtuoso in cui gli standard internazionali alimentano il contenzioso, il contenzioso rafforza le coalizioni e le coalizioni producono politiche più ambiziose. La tesi si chiude riconoscendo i limiti strutturali di questo modello, che opera più efficacemente nelle democrazie costituzionali industrializzate, sollevando interrogativi critici sull'accesso alla giustizia e sull'indipendenza giudiziaria nei paesi più vulnerabili alla crisi climatica.

Dalla cooperazione internazionale alla politica interna: il ruolo del contenzioso climatico nella governance del clima.

NONIS, CLELIA
2025/2026

Abstract

International climate governance is in crisis. Despite decades of multilateral negotiations, global emissions have not been significantly reduced. The dominant literature explains this failure through the lens of collective action theory, framing it as a free-riding problem among states. This thesis challenges that diagnosis by drawing on the alternative framework proposed by Aklin and Mildenberger, who argue that climate policy failure is driven primarily by domestic distributive conflict, the asymmetric power of carbon-intensive industries, fossil fuel lobbies, and veto players operating within each state's political system. Against this backdrop, the thesis re-examines the role of strategic climate litigation. Building on Pisanò's concept of "empty rulings", local judicial remedies unable to alter global emission dynamics, this work argues that such a critique rests on a flawed premise. When climate litigation is assessed through the lens of domestic distributive conflict rather than international free-riding, its effectiveness must be measured not at the scale of global emissions, but at the scale of domestic politics. The Urgenda case serves as a central empirical illustration: its significance lies not in the Netherlands' marginal share of global emissions, but in its capacity to reduce governmental discretion, empower pro-climate coalitions, and weaken carbon-intensive veto players. The thesis further argues that international climate law, as embodied in the UNFCCC and the Paris Agreement, already provides an answer to the free-riding critique by establishing individual state obligations independent of reciprocity, making them justiciable through litigation. This opens the way for a reconceptualisation of the role of international climate institutions: rather than resolving free-riding, their function should be to reduce informational asymmetries between carbon-intensive interests and citizens, and to strengthen pro-climate coalitions at the domestic level. The result is a virtuous cycle in which international standards fuel litigation, litigation strengthens coalitions, and stronger coalitions generate more ambitious policies. The thesis concludes by acknowledging the structural limits of this model, which operates most effectively within industrialised constitutional democracies, raising critical questions about access to justice and judicial independence in the countries most vulnerable to climate change.
2025
From International cooperation to Domestic Politics: the role of climate litigation in the climate governance.
La governance climatica internazionale è in crisi. Nonostante decenni di negoziati multilaterali, le emissioni globali non hanno subito riduzioni significative. La letteratura dominante spiega questo fallimento attraverso la teoria dell'azione collettiva, inquadrandolo come un problema di free-riding tra Stati. Questa tesi mette in discussione tale diagnosi, adottando il framework alternativo proposto da Aklin e Mildenberger, secondo cui il fallimento delle politiche climatiche è determinato principalmente dal conflitto distributivo domestico, ovvero dal potere asimmetrico delle industrie carbon-intensive, delle lobby dei combustibili fossili e dei veto players che operano all'interno del sistema politico di ciascun paese. In questo quadro, la tesi riesamina il ruolo del contenzioso climatico strategico. Muovendo dalla critica di Pisanò alle cosiddette "sentenze vuote", rimedi giudiziari locali incapaci di incidere sulle dinamiche globali delle emissioni; il lavoro sostiene che tale critica poggi su un presupposto errato. Se il contenzioso climatico viene valutato attraverso la lente del conflitto distributivo domestico anziché del free-riding internazionale, la sua efficacia va misurata non alla scala delle emissioni globali, ma alla scala della politica interna. Il caso Urgenda costituisce l'illustrazione empirica centrale: la sua rilevanza non risiede nella quota marginale di emissioni dei Paesi Bassi, ma nella capacità della sentenza di ridurre la discrezionalità governativa, rafforzare le coalizioni pro-clima e indebolire i veto players carbon-intensive. La tesi sostiene inoltre che il diritto climatico internazionale, così come configurato dall'UNFCCC e dall'Accordo di Parigi, offra già una risposta alla critica del free-riding, stabilendo obbligazioni individuali degli Stati indipendenti dalla reciprocità e rendendole giustiziabili attraverso il contenzioso. Ciò apre la strada a una ridefinizione del ruolo delle istituzioni internazionali del clima: non più risolvere il free-riding, ma ridurre le asimmetrie informative tra interessi carbon-intensive e cittadini e rafforzare le coalizioni pro-clima a livello domestico, innescando un circolo virtuoso in cui gli standard internazionali alimentano il contenzioso, il contenzioso rafforza le coalizioni e le coalizioni producono politiche più ambiziose. La tesi si chiude riconoscendo i limiti strutturali di questo modello, che opera più efficacemente nelle democrazie costituzionali industrializzate, sollevando interrogativi critici sull'accesso alla giustizia e sull'indipendenza giudiziaria nei paesi più vulnerabili alla crisi climatica.
Diritto ambientale
Cooperazione
Clima
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.12608/111274