Il presente elaborato analizza il ruolo dello sport femminile durante il regime fascista, concentrandosi sul rapporto tra pratica sportiva, costruzione ideologica del corpo femminile e utilizzo propagandistico dello sport come strumento di consenso politico. Nel contesto del Ventennio, il fascismo attribuì allo sport una funzione centrale nella formazione del “nuovo italiano”, concependo l’attività fisica come mezzo di disciplinamento sociale, educazione politica e rafforzamento dell’identità nazionale. In questo quadro, la donna occupò una posizione ambivalente: da un lato, il regime promosse l’attività ginnica e alcune discipline sportive femminili come strumenti per garantire salute, robustezza e preparazione alla maternità; dall’altro, impose rigidi limiti alla partecipazione agonistica, nel timore che una maggiore autonomia sportiva potesse entrare in conflitto con il modello tradizionale di femminilità fondato su modestia, decoro e ruolo domestico. Attraverso l’analisi delle politiche sportive fasciste, delle organizzazioni giovanili come ONB e GIL, della propaganda mediatica e delle figure simboliche di atlete come Ondina Valla e Claudia Testoni, la ricerca mette in evidenza le contraddizioni di un sistema che, pur cercando di controllare il corpo femminile, finì per aprire spazi inediti di visibilità e partecipazione per le donne. L’obiettivo del lavoro è mostrare come lo sport femminile, oltre a rappresentare un efficace strumento di propaganda del regime, abbia costituito anche un terreno ambiguo di tensione tra controllo politico ed embrionali forme di emancipazione femminile.
Lo sport femminile durante il Ventennio
PRIMOLAN, BEATRICE
2025/2026
Abstract
Il presente elaborato analizza il ruolo dello sport femminile durante il regime fascista, concentrandosi sul rapporto tra pratica sportiva, costruzione ideologica del corpo femminile e utilizzo propagandistico dello sport come strumento di consenso politico. Nel contesto del Ventennio, il fascismo attribuì allo sport una funzione centrale nella formazione del “nuovo italiano”, concependo l’attività fisica come mezzo di disciplinamento sociale, educazione politica e rafforzamento dell’identità nazionale. In questo quadro, la donna occupò una posizione ambivalente: da un lato, il regime promosse l’attività ginnica e alcune discipline sportive femminili come strumenti per garantire salute, robustezza e preparazione alla maternità; dall’altro, impose rigidi limiti alla partecipazione agonistica, nel timore che una maggiore autonomia sportiva potesse entrare in conflitto con il modello tradizionale di femminilità fondato su modestia, decoro e ruolo domestico. Attraverso l’analisi delle politiche sportive fasciste, delle organizzazioni giovanili come ONB e GIL, della propaganda mediatica e delle figure simboliche di atlete come Ondina Valla e Claudia Testoni, la ricerca mette in evidenza le contraddizioni di un sistema che, pur cercando di controllare il corpo femminile, finì per aprire spazi inediti di visibilità e partecipazione per le donne. L’obiettivo del lavoro è mostrare come lo sport femminile, oltre a rappresentare un efficace strumento di propaganda del regime, abbia costituito anche un terreno ambiguo di tensione tra controllo politico ed embrionali forme di emancipazione femminile.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.12608/111542