L’elaborato esamina il concetto di intersezionalità, ricostruendone la genealogia teorica e sottoponendolo a una valutazione critica attraverso il confronto con la tradizione del femminismo marxista. La tesi assume come punto di partenza l’idea che l’intersezionalità non possa essere compresa esclusivamente come uno strumento descrittivo delle oppressioni multiple di soggetti subordinati, ma debba essere indagata come un concetto politico nato all’interno delle elaborazioni del femminismo nero statunitense. Il primo capitolo ripercorre le origini del concetto a partire dal femminismo multirazziale statunitense, mostrando come la nozione di intersezionalità affondasse le proprie radici ben prima della sua formalizzazione accademica nel 1989 a opera di Kimberlé Crenshaw. Attraverso le voci di Sojourner Truth, Anna Julia Cooper, Frances Beal e del Combahee River Collective, si ricostruisce il passaggio da un modello additivo delle oppressioni a una concezione che ne coglie la sintesi e la simultaneità irriducibile. In questa prospettiva, l’intersezionalità emerge come una critica radicale delle categorie universalizzanti del femminismo bianco e delle politiche antirazziste tradizionali, incapaci di rappresentare la specificità dell’esperienza delle donne nere. Il capitolo si conclude proponendo una lettura dell’intersezionalità come concetto aperto, provvisorio e contestato, la cui forza teorica risiede anche nella sua resistenza a definizioni rigide e definitive. Il secondo capitolo approfondisce il ruolo delle metafore nel pensiero di Crenshaw, mostrando come esse non costituiscano semplici strumenti illustrativi, ma veri e propri dispositivi teorici attraverso cui si articola l'intersezionalità. Le due metafore spaziali al centro dell'analisi, se lette congiuntamente, rendono visibili i meccanismi attraverso cui il diritto antidiscriminatorio contribuisce attivamente alla riproduzione delle gerarchie di potere, aprendo uno spazio discorsivo inedito per pensare il soggetto, il potere e l'oppressione. Il terzo capitolo analizza il confronto teorico tra intersezionalità e femminismo marxista. L’analisi prende avvio dalla centralità attribuita nel marxismo alla produzione e alla riproduzione della vita materiale e dalla concezione della classe come rapporto sociale storicamente determinato. Vengono ricostruite le principali critiche rivolte all’intersezionalità: la tendenza a trattare la classe come una semplice identità tra le altre, la difficoltà di articolare un livello teorico “macro” capace di spiegare l’origine delle oppressioni e il rischio di confondere oppressione e sfruttamento. Le conclusioni della tesi propongono tuttavia di non interpretare il rapporto tra intersezionalità e femminismo marxista nei termini di una semplice incompatibilità teorica. Se la critica marxista appare in grado di offrire strumenti più solidi per un’analisi causale e strutturale delle relazioni sociali, l’intersezionalità conserva una produttività teorica irriducibile nell’analisi delle categorie identitarie, dei processi di rappresentazione politica e delle forme concrete e situate attraverso cui le oppressioni vengono vissute dai soggetti. In questa prospettiva, il confronto tra le due tradizioni non viene assunto come un conflitto da risolvere definitivamente, ma come una tensione teorica ancora aperta e filosoficamente feconda.
Troppo simili per essere diverse, troppo diverse per essere uguali. Genealogia, metafore e critica del concetto politico di intersezionalità.
BALDINI, CASSANDRA
2025/2026
Abstract
L’elaborato esamina il concetto di intersezionalità, ricostruendone la genealogia teorica e sottoponendolo a una valutazione critica attraverso il confronto con la tradizione del femminismo marxista. La tesi assume come punto di partenza l’idea che l’intersezionalità non possa essere compresa esclusivamente come uno strumento descrittivo delle oppressioni multiple di soggetti subordinati, ma debba essere indagata come un concetto politico nato all’interno delle elaborazioni del femminismo nero statunitense. Il primo capitolo ripercorre le origini del concetto a partire dal femminismo multirazziale statunitense, mostrando come la nozione di intersezionalità affondasse le proprie radici ben prima della sua formalizzazione accademica nel 1989 a opera di Kimberlé Crenshaw. Attraverso le voci di Sojourner Truth, Anna Julia Cooper, Frances Beal e del Combahee River Collective, si ricostruisce il passaggio da un modello additivo delle oppressioni a una concezione che ne coglie la sintesi e la simultaneità irriducibile. In questa prospettiva, l’intersezionalità emerge come una critica radicale delle categorie universalizzanti del femminismo bianco e delle politiche antirazziste tradizionali, incapaci di rappresentare la specificità dell’esperienza delle donne nere. Il capitolo si conclude proponendo una lettura dell’intersezionalità come concetto aperto, provvisorio e contestato, la cui forza teorica risiede anche nella sua resistenza a definizioni rigide e definitive. Il secondo capitolo approfondisce il ruolo delle metafore nel pensiero di Crenshaw, mostrando come esse non costituiscano semplici strumenti illustrativi, ma veri e propri dispositivi teorici attraverso cui si articola l'intersezionalità. Le due metafore spaziali al centro dell'analisi, se lette congiuntamente, rendono visibili i meccanismi attraverso cui il diritto antidiscriminatorio contribuisce attivamente alla riproduzione delle gerarchie di potere, aprendo uno spazio discorsivo inedito per pensare il soggetto, il potere e l'oppressione. Il terzo capitolo analizza il confronto teorico tra intersezionalità e femminismo marxista. L’analisi prende avvio dalla centralità attribuita nel marxismo alla produzione e alla riproduzione della vita materiale e dalla concezione della classe come rapporto sociale storicamente determinato. Vengono ricostruite le principali critiche rivolte all’intersezionalità: la tendenza a trattare la classe come una semplice identità tra le altre, la difficoltà di articolare un livello teorico “macro” capace di spiegare l’origine delle oppressioni e il rischio di confondere oppressione e sfruttamento. Le conclusioni della tesi propongono tuttavia di non interpretare il rapporto tra intersezionalità e femminismo marxista nei termini di una semplice incompatibilità teorica. Se la critica marxista appare in grado di offrire strumenti più solidi per un’analisi causale e strutturale delle relazioni sociali, l’intersezionalità conserva una produttività teorica irriducibile nell’analisi delle categorie identitarie, dei processi di rappresentazione politica e delle forme concrete e situate attraverso cui le oppressioni vengono vissute dai soggetti. In questa prospettiva, il confronto tra le due tradizioni non viene assunto come un conflitto da risolvere definitivamente, ma come una tensione teorica ancora aperta e filosoficamente feconda.| File | Dimensione | Formato | |
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