Il presente lavoro di tesi si propone di analizzare l’opera di Oriana Fallaci non solo come testimonianza storica, ma come momento di rottura fondamentale nei canoni della stampa italiana del Novecento. Partendo dall'analisi del giornalismo saggistico e formale degli anni Cinquanta, la ricerca indaga come l'apprendistato statunitense della Fallaci abbia favorito l'importazione di modelli narrativi d'avanguardia, capaci di scardinare la tradizionale distanza tra cronista e lettore. Il primo capitolo esplora il laboratorio americano dell'autrice, focalizzandosi sull’influenza del New Journalism di Tom Wolfe e Truman Capote. Attraverso lo studio de I sette peccati di Hollywood, si dimostra l’applicazione dei «quattro pilastri» wolfeiani (costruzione per scene, dialoghi realistici, punto di vista soggettivo e dettaglio rivelatore) e l’uso del «cannocchiale rovesciato» come tecnica di demitizzazione del carisma dei divi. Il secondo capitolo analizza l’esperienza del Vietnam come punto di approdo metodologico e linguistico. Attraverso lo studio di Niente e così sia, si esamina la nascita della reporter «tough» e l'adozione di un «lessico della necessità» in cui l'italiano si fonde con l'inglese di guerra. In questo contesto, si evidenzia l'originalità della Fallaci nel superare il modello americano: se per Wolfe il giornalista è un osservatore invisibile, per la Fallaci l'io narrante diventa un baluardo etico che occupa fisicamente la Storia. Infine, la tesi affronta la stagione delle grandi interviste politiche di Intervista con la storia. Si analizza come la Fallaci utilizzi la lingua inglese come «grimaldello» strategico per scardinare le difese dei potenti e come la sua postura di «outsider globale» le permetta di trasformare il colloquio giornalistico in un serrato duello comunicativo volto allo svelamento della nuda verità del Potere.
La lingua del potere e il potere della lingua: Oriana Fallaci mediatrice culturale tra giornalismo d’assalto e mondo anglofono
MANENTE, ARIANNA
2025/2026
Abstract
Il presente lavoro di tesi si propone di analizzare l’opera di Oriana Fallaci non solo come testimonianza storica, ma come momento di rottura fondamentale nei canoni della stampa italiana del Novecento. Partendo dall'analisi del giornalismo saggistico e formale degli anni Cinquanta, la ricerca indaga come l'apprendistato statunitense della Fallaci abbia favorito l'importazione di modelli narrativi d'avanguardia, capaci di scardinare la tradizionale distanza tra cronista e lettore. Il primo capitolo esplora il laboratorio americano dell'autrice, focalizzandosi sull’influenza del New Journalism di Tom Wolfe e Truman Capote. Attraverso lo studio de I sette peccati di Hollywood, si dimostra l’applicazione dei «quattro pilastri» wolfeiani (costruzione per scene, dialoghi realistici, punto di vista soggettivo e dettaglio rivelatore) e l’uso del «cannocchiale rovesciato» come tecnica di demitizzazione del carisma dei divi. Il secondo capitolo analizza l’esperienza del Vietnam come punto di approdo metodologico e linguistico. Attraverso lo studio di Niente e così sia, si esamina la nascita della reporter «tough» e l'adozione di un «lessico della necessità» in cui l'italiano si fonde con l'inglese di guerra. In questo contesto, si evidenzia l'originalità della Fallaci nel superare il modello americano: se per Wolfe il giornalista è un osservatore invisibile, per la Fallaci l'io narrante diventa un baluardo etico che occupa fisicamente la Storia. Infine, la tesi affronta la stagione delle grandi interviste politiche di Intervista con la storia. Si analizza come la Fallaci utilizzi la lingua inglese come «grimaldello» strategico per scardinare le difese dei potenti e come la sua postura di «outsider globale» le permetta di trasformare il colloquio giornalistico in un serrato duello comunicativo volto allo svelamento della nuda verità del Potere.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.12608/113314