Il 9 ottobre 1963, una frana del volume stimato tra i 250 e i 300 milioni di metri cubi scivolò dal monte Toc nell’invaso artificiale costruito sul torrente Vajont, sollevando onde di decine di metri che dilavarono le sponde e tracimarono dallo sbarramento, riversandosi nella valle del Piave. La catastrofe, la più grave in termini di vittime nella storia dell’Italia repubblicana, comportò la parziale sparizione del patrimonio storico e artistico della Parrocchia di Santa Maria Immacolata di Longarone, il comune del solco plavense maggiormente colpito, e parte di quello della giurisdizione ecclesiastica di San Bartolomeo di Erto. All’indomani del disastro, durante il lungo iter della ricostruzione degli abitati, le comunità superstiti pretesero che i centri fossero riedificati dov’erano e com’erano, mentre i piani comprensoriali affidati all’Università Iuav di Venezia erano impostati su criteri moderni, estranei all’ambiente e in contrapposizione rispetto ai modelli tradizionali che persistevano nelle valli prealpine. La lotta più dura si svolse contro la fabbricazione della nuova chiesa monumentale, osteggiata perché in totale antitesi con quella spazzata via dal disastro, che era il nucleo architettonico, spirituale e sociale del vecchio centro. Nonostante la sua presenza sia stata accettata con rassegnazione dalla popolazione, i superstiti mantennero vivo il ricordo degli otto luoghi di culto preesistenti e abbattuti, che fungevano da punti di riferimento e da scrigni della storia secolare, della cultura e della fede locali.
In quel giorno le acque irruppero: le chiese distrutte nel disastro del Vajont (1963)
DAL CORTIVO, LORENZO
2025/2026
Abstract
Il 9 ottobre 1963, una frana del volume stimato tra i 250 e i 300 milioni di metri cubi scivolò dal monte Toc nell’invaso artificiale costruito sul torrente Vajont, sollevando onde di decine di metri che dilavarono le sponde e tracimarono dallo sbarramento, riversandosi nella valle del Piave. La catastrofe, la più grave in termini di vittime nella storia dell’Italia repubblicana, comportò la parziale sparizione del patrimonio storico e artistico della Parrocchia di Santa Maria Immacolata di Longarone, il comune del solco plavense maggiormente colpito, e parte di quello della giurisdizione ecclesiastica di San Bartolomeo di Erto. All’indomani del disastro, durante il lungo iter della ricostruzione degli abitati, le comunità superstiti pretesero che i centri fossero riedificati dov’erano e com’erano, mentre i piani comprensoriali affidati all’Università Iuav di Venezia erano impostati su criteri moderni, estranei all’ambiente e in contrapposizione rispetto ai modelli tradizionali che persistevano nelle valli prealpine. La lotta più dura si svolse contro la fabbricazione della nuova chiesa monumentale, osteggiata perché in totale antitesi con quella spazzata via dal disastro, che era il nucleo architettonico, spirituale e sociale del vecchio centro. Nonostante la sua presenza sia stata accettata con rassegnazione dalla popolazione, i superstiti mantennero vivo il ricordo degli otto luoghi di culto preesistenti e abbattuti, che fungevano da punti di riferimento e da scrigni della storia secolare, della cultura e della fede locali.| File | Dimensione | Formato | |
|---|---|---|---|
|
DalCortivo_Lorenzo.pdf
Accesso riservato
Dimensione
17.86 MB
Formato
Adobe PDF
|
17.86 MB | Adobe PDF |
The text of this website © Università degli studi di Padova. Full Text are published under a non-exclusive license. Metadata are under a CC0 License
https://hdl.handle.net/20.500.12608/113372