Il concetto di chiamata professionale è stato definito in diversi modi: c’è chi la identifica come il lavoro che un individuo sceglie di fare per pura passione personale, chi le attribuisce un ruolo più profondo e fondamentale nel determinare il senso e lo scopo della vita degli individui, chi ancora la definisce come una vocazione trascendentale verso un particolare lavoro o ciò che si era destinati compiere in virtù delle proprie capacità e qualità. La percezione di una chiamata professionale è stata spesso associata a diversi esiti positivi, tra cui riduzione del rischio di burnout, senso di autorealizzazione e soddisfazione personale, performance più elevate. Tuttavia, sono ancora pochi gli studi che hanno indagato l’altra faccia della medaglia: una così profonda identificazione con il proprio ruolo professionale può condurre, in determinate situazioni, anche ad esiti negativi quali workaholism, definito come una compulsione al lavoro che spinge gli individui a dedicare quantità eccessive di tempo ed energia al lavoro a scapito di altre aree della vita, e sfruttamento organizzativo, ossia la percezione di essere stati sfruttati intenzionalmente da parte della propria azienda a vantaggio dell’organizzazione stessa. La convinzione di essere chiamati a svolgere un particolare lavoro, infatti, non solo spinge le persone a sacrificare tempo ed energia, ma spesso legittima e giustifica condizioni di lavoro sfavorevoli, percepite come un costo inevitabile per perseguire e vivere la propria chiamata. La ricerca presentata contribuisce a una maggiore comprensione della relazione tra la percezione di una chiamata professionale ed i suoi effetti negativi, come il workaholism e lo sfruttamento organizzativo.
Il prezzo della chiamata professionale: un'indagine empirica tra workaholism e sfruttamento
REBOTTINI, CHIARA
2024/2025
Abstract
Il concetto di chiamata professionale è stato definito in diversi modi: c’è chi la identifica come il lavoro che un individuo sceglie di fare per pura passione personale, chi le attribuisce un ruolo più profondo e fondamentale nel determinare il senso e lo scopo della vita degli individui, chi ancora la definisce come una vocazione trascendentale verso un particolare lavoro o ciò che si era destinati compiere in virtù delle proprie capacità e qualità. La percezione di una chiamata professionale è stata spesso associata a diversi esiti positivi, tra cui riduzione del rischio di burnout, senso di autorealizzazione e soddisfazione personale, performance più elevate. Tuttavia, sono ancora pochi gli studi che hanno indagato l’altra faccia della medaglia: una così profonda identificazione con il proprio ruolo professionale può condurre, in determinate situazioni, anche ad esiti negativi quali workaholism, definito come una compulsione al lavoro che spinge gli individui a dedicare quantità eccessive di tempo ed energia al lavoro a scapito di altre aree della vita, e sfruttamento organizzativo, ossia la percezione di essere stati sfruttati intenzionalmente da parte della propria azienda a vantaggio dell’organizzazione stessa. La convinzione di essere chiamati a svolgere un particolare lavoro, infatti, non solo spinge le persone a sacrificare tempo ed energia, ma spesso legittima e giustifica condizioni di lavoro sfavorevoli, percepite come un costo inevitabile per perseguire e vivere la propria chiamata. La ricerca presentata contribuisce a una maggiore comprensione della relazione tra la percezione di una chiamata professionale ed i suoi effetti negativi, come il workaholism e lo sfruttamento organizzativo.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.12608/83686