Nei luminosi cortili del Rinascimento, la cultura non era un semplice ornamento e la storia non era un polveroso archivio del passato: erano armi. Poeti e storici non avevano il solo compito di lodare i loro sovrani, ma di plasmare la memoria del potere. La storiografia divenne così uno strumento politico, capace di costruire un’immagine duratura dei regni e dei loro protagonisti. Questa tesi si concentra su uno dei più alti esempi di tale narrazione: le Rerum Hungaricarum Decades di Antonio Bonfini, commissionate dal re Mattia Corvino. L’opera, radicata nella tradizione umanistica italiana, mostra come forme classiche e strategie retoriche siano state adattate alle esigenze di una monarchia dell’Europa centrale. Nel Quattrocento, gli umanisti italiani ridefinirono la scrittura storica nel contesto delle città-stato, dove l’arte e la cultura servivano a consolidare l’autorità dei governi. Fondato sullo studium humanitatis – grammatica, retorica, storia, poesia e filosofia morale – l’umanesimo esaltava l’antichità come modello di virtù civica. La storiografia, in questo orizzonte, non era mera cronaca, ma parte integrante della rappresentazione del potere, costruita per istruire moralmente e celebrare i committenti. Il latino, lingua franca dell’élite colta, divenne veicolo di universalità e di legittimità culturale. Padroneggiarlo in forma ciceroniana significava affermare continuità con l’antica Roma. Per autori come Petrarca o Bruni, la scelta linguistica era dunque politica: attraverso il latino, la storia della città si radicava in un passato glorioso, trasformando la parola in strumento di autorità. Alla fine del Quattrocento, il regno di Mattia Corvino si impose come potenza centrale europea. Collocata tra Impero Ottomano e Sacro Romano Impero, l’Ungheria divenne baluardo della cristianità. Mattia, eletto nel 1458, dovette legittimare il proprio potere privo di eredità dinastica. Oltre alla forza militare, si affidò alla cultura: simbolico fu il recupero della Sacra Corona d’Ungheria dall’imperatore Federico III nel 1463, che sancì la sovranità del regno. La corona non era solo reliquia, ma emblema di una missione politica e spirituale. Mattia comprese che la sovranità era anche performance: il cerimoniale, i simboli e il mecenatismo diventavano linguaggi del potere. La sua corte, grazie alla moglie Beatrice d’Aragona, si trasformò in un centro di cultura rinascimentale. Beatrice introdusse usi italiani, sostenne la stampa e promosse la produzione di testi umanistici, creando a Buda una nuova capitale del sapere. In questo contesto giunse Antonio Bonfini, umanista ascolano, chiamato nel 1486 a scrivere la storia dell’Ungheria nello stile romano, solenne e morale. Le Rerum Hungaricarum Decades, ispirate a Livio e a Flavio Biondo, narrano il passato ungherese dalle origini mitiche fino al tempo di Mattia. Bonfini collegò gli Hunyadi ad antenati romani ed eroi divini, fondendo mito pagano e regalità cristiana. Mattia vi appare come nuovo Cesare e difensore della fede, erede spirituale dell’Impero e protettore della cristianità. Le Decades rappresentano l’adattamento dell’umanesimo oltre l’Italia: opera letteraria e manifesto politico insieme. Presentando Mattia come incarnazione delle virtù romane e cristiane, Bonfini legittimò un sovrano di origine non dinastica e collocò l’Ungheria tra le grandi potenze morali e culturali d’Europa.
L’inchiostro del potere: letteratura e propaganda nelle corti del Rinascimento Analisi delle Rerum Hungaricarum Decades di Bonfini e del modello italiano di storiografia umanista
RAKAY, ROZA
2024/2025
Abstract
Nei luminosi cortili del Rinascimento, la cultura non era un semplice ornamento e la storia non era un polveroso archivio del passato: erano armi. Poeti e storici non avevano il solo compito di lodare i loro sovrani, ma di plasmare la memoria del potere. La storiografia divenne così uno strumento politico, capace di costruire un’immagine duratura dei regni e dei loro protagonisti. Questa tesi si concentra su uno dei più alti esempi di tale narrazione: le Rerum Hungaricarum Decades di Antonio Bonfini, commissionate dal re Mattia Corvino. L’opera, radicata nella tradizione umanistica italiana, mostra come forme classiche e strategie retoriche siano state adattate alle esigenze di una monarchia dell’Europa centrale. Nel Quattrocento, gli umanisti italiani ridefinirono la scrittura storica nel contesto delle città-stato, dove l’arte e la cultura servivano a consolidare l’autorità dei governi. Fondato sullo studium humanitatis – grammatica, retorica, storia, poesia e filosofia morale – l’umanesimo esaltava l’antichità come modello di virtù civica. La storiografia, in questo orizzonte, non era mera cronaca, ma parte integrante della rappresentazione del potere, costruita per istruire moralmente e celebrare i committenti. Il latino, lingua franca dell’élite colta, divenne veicolo di universalità e di legittimità culturale. Padroneggiarlo in forma ciceroniana significava affermare continuità con l’antica Roma. Per autori come Petrarca o Bruni, la scelta linguistica era dunque politica: attraverso il latino, la storia della città si radicava in un passato glorioso, trasformando la parola in strumento di autorità. Alla fine del Quattrocento, il regno di Mattia Corvino si impose come potenza centrale europea. Collocata tra Impero Ottomano e Sacro Romano Impero, l’Ungheria divenne baluardo della cristianità. Mattia, eletto nel 1458, dovette legittimare il proprio potere privo di eredità dinastica. Oltre alla forza militare, si affidò alla cultura: simbolico fu il recupero della Sacra Corona d’Ungheria dall’imperatore Federico III nel 1463, che sancì la sovranità del regno. La corona non era solo reliquia, ma emblema di una missione politica e spirituale. Mattia comprese che la sovranità era anche performance: il cerimoniale, i simboli e il mecenatismo diventavano linguaggi del potere. La sua corte, grazie alla moglie Beatrice d’Aragona, si trasformò in un centro di cultura rinascimentale. Beatrice introdusse usi italiani, sostenne la stampa e promosse la produzione di testi umanistici, creando a Buda una nuova capitale del sapere. In questo contesto giunse Antonio Bonfini, umanista ascolano, chiamato nel 1486 a scrivere la storia dell’Ungheria nello stile romano, solenne e morale. Le Rerum Hungaricarum Decades, ispirate a Livio e a Flavio Biondo, narrano il passato ungherese dalle origini mitiche fino al tempo di Mattia. Bonfini collegò gli Hunyadi ad antenati romani ed eroi divini, fondendo mito pagano e regalità cristiana. Mattia vi appare come nuovo Cesare e difensore della fede, erede spirituale dell’Impero e protettore della cristianità. Le Decades rappresentano l’adattamento dell’umanesimo oltre l’Italia: opera letteraria e manifesto politico insieme. Presentando Mattia come incarnazione delle virtù romane e cristiane, Bonfini legittimò un sovrano di origine non dinastica e collocò l’Ungheria tra le grandi potenze morali e culturali d’Europa.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.12608/95300