Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dell'American Psychiatric Association, quinta edizione (DSM–5), definisce la Depressione Post–Partum (PPD) come un episodio depressivo maggiore "con esordio nel peripartum" e specifica: "se l'esordio dei sintomi dell'umore avviene durante la gravidanza o nelle 4 settimane successive al parto". Tuttavia, nella pratica clinica e nella ricerca si adotta una definizione più ampia, che identifica la PPD come un evento che si verifica da 4 settimane a 12 mesi dopo il parto. La PPD condivide i criteri diagnostici con la Depressione Maggiore non–perinatale manifestandosi attraverso una combinazione di umore depresso, perdita di interesse, fandonia, disturbi del sonno e dell'appetito, alterazione della concentrazione, disturbi psicomotori, affaticamento, sentimenti di colpa o di inutilità e pensieri suicidi. Tali sintomi devono rappresentare un cambiamento rispetto al precedente livello di funzionamento e causare un disagio clinicamente significativo o una compromissione del funzionamento non attribuibile all’effetto di una sostanza o a un'altra condizione medica (Stewart & Vigod, 2019). Questo lavoro di tesi mira a definire la PPD e la relazione diadica, con l’obiettivo di comprendere l’influenza della prima sull’interazione madre–bambino e di analizzare le tipologie di intervento disponibili per questo disturbo. A tal fine, verranno esaminati sia gli interventi centrati sulla madre – come la Terapia Cognitivo–Comportamentale (CBT) e la Terapia Interpersonale (IPT) – sia quelli rivolti alla diade – come Early Connections (Paris et al., 2011) e la Mother–Baby Interaction Therapy (MBI) (Horowitz et al., 2019). Inoltre, verrà approfondito il ruolo della prevenzione e degli strumenti diagnostici maggiormente utilizzati, come l’Edinburgh Postnatal Depression Scale (EPDS) – uno strumento di screening, specifico per la PPD, composto da 10 item con 4 alternative di risposta (Cox et al., 1987) –, la Structured Clinical Interview (SCID) e la Mini–International Neuropsychiatric Interview (MINI). Queste ultime due sono interviste strutturate che rappresentano il "gold standard" diagnostico per confermare clinicamente la presenza di Disturbo Depressivo Maggiore (MDD) o di PPD (Moraes et al., 2017). Infine, verranno presi in esame i punti di forza dei protocolli utilizzati, i limiti e le criticità degli studi e le implicazioni per la ricerca e la pratica clinica, con l’obiettivo di offrire spunti di riflessione per ottimizzare tali ambiti in futuro.
Effetti della Depressione Post-Partum sulla diade madre-bambino e modelli di intervento psicologico
DE PICCOLI, GIULIA
2025/2026
Abstract
Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dell'American Psychiatric Association, quinta edizione (DSM–5), definisce la Depressione Post–Partum (PPD) come un episodio depressivo maggiore "con esordio nel peripartum" e specifica: "se l'esordio dei sintomi dell'umore avviene durante la gravidanza o nelle 4 settimane successive al parto". Tuttavia, nella pratica clinica e nella ricerca si adotta una definizione più ampia, che identifica la PPD come un evento che si verifica da 4 settimane a 12 mesi dopo il parto. La PPD condivide i criteri diagnostici con la Depressione Maggiore non–perinatale manifestandosi attraverso una combinazione di umore depresso, perdita di interesse, fandonia, disturbi del sonno e dell'appetito, alterazione della concentrazione, disturbi psicomotori, affaticamento, sentimenti di colpa o di inutilità e pensieri suicidi. Tali sintomi devono rappresentare un cambiamento rispetto al precedente livello di funzionamento e causare un disagio clinicamente significativo o una compromissione del funzionamento non attribuibile all’effetto di una sostanza o a un'altra condizione medica (Stewart & Vigod, 2019). Questo lavoro di tesi mira a definire la PPD e la relazione diadica, con l’obiettivo di comprendere l’influenza della prima sull’interazione madre–bambino e di analizzare le tipologie di intervento disponibili per questo disturbo. A tal fine, verranno esaminati sia gli interventi centrati sulla madre – come la Terapia Cognitivo–Comportamentale (CBT) e la Terapia Interpersonale (IPT) – sia quelli rivolti alla diade – come Early Connections (Paris et al., 2011) e la Mother–Baby Interaction Therapy (MBI) (Horowitz et al., 2019). Inoltre, verrà approfondito il ruolo della prevenzione e degli strumenti diagnostici maggiormente utilizzati, come l’Edinburgh Postnatal Depression Scale (EPDS) – uno strumento di screening, specifico per la PPD, composto da 10 item con 4 alternative di risposta (Cox et al., 1987) –, la Structured Clinical Interview (SCID) e la Mini–International Neuropsychiatric Interview (MINI). Queste ultime due sono interviste strutturate che rappresentano il "gold standard" diagnostico per confermare clinicamente la presenza di Disturbo Depressivo Maggiore (MDD) o di PPD (Moraes et al., 2017). Infine, verranno presi in esame i punti di forza dei protocolli utilizzati, i limiti e le criticità degli studi e le implicazioni per la ricerca e la pratica clinica, con l’obiettivo di offrire spunti di riflessione per ottimizzare tali ambiti in futuro.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.12608/109511