L’economicità e le proprietà chimiche e meccaniche della plastica di origine fossile ne hanno permesso la diffusione su scala mondiale. Tuttavia questo materiale inquina l’ambiente se non smaltito in modo corretto; dato che, essendo estremamente durevole, impiega centinaia di anni per essere degradato. Per risolvere il problema si sono sviluppate recentemente delle plastiche che combinino la biodegradabilità con le caratteristiche degli analoghi di origine fossile. Tra i biopolimeri, i polyhydroxyalkanoates (PHA) stanno attirando la maggiore attenzione data la loro capacità di poter essere trasformati dai batteri in ceneri, acqua e CO2 senza bisogno di calore industriale, al contrario di altre bioplastiche come i PLA. Tale caratteristica li rende adatti ad essere il materiale con cui progettare prodotti in plastica destinati all’agricoltura. La loro naturale biodegradazione a temperatura ambiente permette lo smaltimento dei rifiuti con un semplice interramento. In particolare l’applicazione di PHA come coating di fertilizzanti a rilascio controllato permetterebbe di eliminare il problema dell’accumulo delle microplastiche nel suolo. Il crescente impiego di concimi, agrofarmaci, pesticidi, diserbanti e semi il cui rivestimento è composto da plastiche di origine fossile ha portato al loro accumulo nel suolo, con gravi conseguenze. Le microplastiche vengono assorbite dalle radici e si depositano in semi e frutti, entrando quindi nella catena alimentare. Inoltre le microplastiche riducono le proprietà del terreno e alterano l’attività del microbiota terricolo. Attualmente fertilizzanti che utilizzano PHA come rivestimento non sono diffusi dato il loro costo proibitivo rispetto agli analoghi fossili. La ricerca sta progettando delle tecniche di produzione economicamente sostenibili, utilizzando substrati derivati da sottoprodotti delle industrie alimentari e scarti vegetali.
Utilizzo di poliidrossialcanoati per la formulazione di fertilizzanti a lento rilascio
OLIVO, FRANCESCA
2025/2026
Abstract
L’economicità e le proprietà chimiche e meccaniche della plastica di origine fossile ne hanno permesso la diffusione su scala mondiale. Tuttavia questo materiale inquina l’ambiente se non smaltito in modo corretto; dato che, essendo estremamente durevole, impiega centinaia di anni per essere degradato. Per risolvere il problema si sono sviluppate recentemente delle plastiche che combinino la biodegradabilità con le caratteristiche degli analoghi di origine fossile. Tra i biopolimeri, i polyhydroxyalkanoates (PHA) stanno attirando la maggiore attenzione data la loro capacità di poter essere trasformati dai batteri in ceneri, acqua e CO2 senza bisogno di calore industriale, al contrario di altre bioplastiche come i PLA. Tale caratteristica li rende adatti ad essere il materiale con cui progettare prodotti in plastica destinati all’agricoltura. La loro naturale biodegradazione a temperatura ambiente permette lo smaltimento dei rifiuti con un semplice interramento. In particolare l’applicazione di PHA come coating di fertilizzanti a rilascio controllato permetterebbe di eliminare il problema dell’accumulo delle microplastiche nel suolo. Il crescente impiego di concimi, agrofarmaci, pesticidi, diserbanti e semi il cui rivestimento è composto da plastiche di origine fossile ha portato al loro accumulo nel suolo, con gravi conseguenze. Le microplastiche vengono assorbite dalle radici e si depositano in semi e frutti, entrando quindi nella catena alimentare. Inoltre le microplastiche riducono le proprietà del terreno e alterano l’attività del microbiota terricolo. Attualmente fertilizzanti che utilizzano PHA come rivestimento non sono diffusi dato il loro costo proibitivo rispetto agli analoghi fossili. La ricerca sta progettando delle tecniche di produzione economicamente sostenibili, utilizzando substrati derivati da sottoprodotti delle industrie alimentari e scarti vegetali.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.12608/110366