Vi è, all’interno di ogni opera letteraria, un elemento che ne costituisce il suo significato profondo: il «vuoto». L’eloquenza del vuoto è spesso nascosta; tuttavia, è possibile individuarne la presenza e comprenderne l’importanza tramite figure retoriche, come la reticenza, e tramite omissioni, affermazioni ironiche o perturbanti, non detti resi ascoltabili. Indagare la reticenza non significa infatti studiare solo l’assenza di parola, ma capire come essa sia una figura di verità e uno spazio di rivelazione. Il percorso muove dall’analisi del non detto, in particolare, nel mito dell’Anfitrione: dall’equivoco di matrice plautina, dove il linguaggio «trema» sotto il peso del doppio, per generare una comicità dell'inganno, fino a giungere allo smarrimento ontologico di Kleist. In questo passaggio, la morfologia del silenzio subisce una metamorfosi radicale: se in Plauto il non detto è lo strumento del dio per manipolare la realtà, in Kleist la lacuna testuale diventa il luogo in cui naufraga il linguaggio e si manifesta l’orrore dell’identità negata. L’indagine adotta una prospettiva psicanalitica per analizzare il valore del vuoto comunicativo, interpretando l’ombra del dire come una suprema confessione dell’inconscio. Attraverso anche l'analisi di personaggi come Sosia e Anfitrione, l’elaborato esplora come l’ironia funga da velo protettivo e, al contempo, sia rivelatrice di un trauma identitario che non può trovare sfogo nelle sillabe. Il silenzio si configura così come una soglia terapeutica e conoscitiva: laddove la parola non può racchiudere il contenuto, emerge una verità reticente che sfida l'orizzonte d’attesa del lettore. Il fruitore dell'opera, infatti, non è un testimone passivo, ma il soggetto chiamato a colmare l'eloquenza del vuoto con la propria percezione estetica. In questo senso, la tesi dimostra come la verità del mito non risieda nella pienezza del logos, ma proprio in quel punto di rottura in cui la parola abdica al silenzio. Il risultato è un’analisi che collega la filologia classica alla sensibilità moderna, individuando nella reticenza il luogo d'incontro privilegiato tra l’autore, l’opera e l'esperienza profonda del lettore.
Figure della reticenza nell'Anfitrione da Plauto e Kleist
GASPERI, JENNIFER
2025/2026
Abstract
Vi è, all’interno di ogni opera letteraria, un elemento che ne costituisce il suo significato profondo: il «vuoto». L’eloquenza del vuoto è spesso nascosta; tuttavia, è possibile individuarne la presenza e comprenderne l’importanza tramite figure retoriche, come la reticenza, e tramite omissioni, affermazioni ironiche o perturbanti, non detti resi ascoltabili. Indagare la reticenza non significa infatti studiare solo l’assenza di parola, ma capire come essa sia una figura di verità e uno spazio di rivelazione. Il percorso muove dall’analisi del non detto, in particolare, nel mito dell’Anfitrione: dall’equivoco di matrice plautina, dove il linguaggio «trema» sotto il peso del doppio, per generare una comicità dell'inganno, fino a giungere allo smarrimento ontologico di Kleist. In questo passaggio, la morfologia del silenzio subisce una metamorfosi radicale: se in Plauto il non detto è lo strumento del dio per manipolare la realtà, in Kleist la lacuna testuale diventa il luogo in cui naufraga il linguaggio e si manifesta l’orrore dell’identità negata. L’indagine adotta una prospettiva psicanalitica per analizzare il valore del vuoto comunicativo, interpretando l’ombra del dire come una suprema confessione dell’inconscio. Attraverso anche l'analisi di personaggi come Sosia e Anfitrione, l’elaborato esplora come l’ironia funga da velo protettivo e, al contempo, sia rivelatrice di un trauma identitario che non può trovare sfogo nelle sillabe. Il silenzio si configura così come una soglia terapeutica e conoscitiva: laddove la parola non può racchiudere il contenuto, emerge una verità reticente che sfida l'orizzonte d’attesa del lettore. Il fruitore dell'opera, infatti, non è un testimone passivo, ma il soggetto chiamato a colmare l'eloquenza del vuoto con la propria percezione estetica. In questo senso, la tesi dimostra come la verità del mito non risieda nella pienezza del logos, ma proprio in quel punto di rottura in cui la parola abdica al silenzio. Il risultato è un’analisi che collega la filologia classica alla sensibilità moderna, individuando nella reticenza il luogo d'incontro privilegiato tra l’autore, l’opera e l'esperienza profonda del lettore.| File | Dimensione | Formato | |
|---|---|---|---|
|
tesi.pdf
accesso aperto
Dimensione
1.33 MB
Formato
Adobe PDF
|
1.33 MB | Adobe PDF | Visualizza/Apri |
The text of this website © Università degli studi di Padova. Full Text are published under a non-exclusive license. Metadata are under a CC0 License
https://hdl.handle.net/20.500.12608/112580