Il presente elaborato analizza la metamorfosi della soggettività e la centralità della prassi nella filosofia di Johann Gottlieb Fichte (1762–1814), ricostruendo lo sviluppo speculativo del pensatore dal periodo jenese fino alla maturità berlinese. A partire dal Fondamento dell’intera dottrina della scienza (1794/95), dove il soggetto trascendentale viene tematizzato come Tathandlung, si mostra come la dimensione teoretica e quella pratica risultino da subito co-implicate. La crisi seguita alla disputa sull’ateismo e all’accusa di nichilismo conduce alla Destinazione dell’uomo (1800), in cui l’Io, superata la rigidità del modello soggettivistico, si apre alla vita originaria e trova nella fede, intesa come fiducia operante, la propria destinazione etica. La successiva stagione berlinese vede una progressiva desoggettivazione del principio: l’Io non è più fondamento assoluto, ma tramite (Durch) attraverso cui la vita originaria (Urleben) si manifesta nella realtà effettiva. Tale riformulazione trova compimento nell’Iniziazione alla vita beata (1806), opera in cui la filosofia trascendentale assume i tratti di una fenomenologia della vita spirituale. La teoria della quintuplicità delle visioni del mondo, fulcro dell’opera, illustra i diversi gradi di maturazione morale e spirituale che conducono dalla sensibilità alla scienza, delineando un itinerario pedagogico orientato alla beatitudine come compimento dell’agire. Il lavoro di tesi mette così in luce la coerenza interna della filosofia fichtiana, mostrando come la metamorfosi della soggettività non equivalga ad un abbandono del trascendentalismo, bensì al suo approfondimento radicale. Dall’Io assoluto alla vita originaria, il filo conduttore rimane la convinzione che l’essenza della soggettività consista nell’azione, e che solo attraverso la prassi sia possibile accedere alla verità ultima della vita beata.
Metamorfosi della soggettività e centralità della prassi nell’"Iniziazione alla vita beata" di J. G. Fichte
PELLICHERO, GIANLUCA
2024/2025
Abstract
Il presente elaborato analizza la metamorfosi della soggettività e la centralità della prassi nella filosofia di Johann Gottlieb Fichte (1762–1814), ricostruendo lo sviluppo speculativo del pensatore dal periodo jenese fino alla maturità berlinese. A partire dal Fondamento dell’intera dottrina della scienza (1794/95), dove il soggetto trascendentale viene tematizzato come Tathandlung, si mostra come la dimensione teoretica e quella pratica risultino da subito co-implicate. La crisi seguita alla disputa sull’ateismo e all’accusa di nichilismo conduce alla Destinazione dell’uomo (1800), in cui l’Io, superata la rigidità del modello soggettivistico, si apre alla vita originaria e trova nella fede, intesa come fiducia operante, la propria destinazione etica. La successiva stagione berlinese vede una progressiva desoggettivazione del principio: l’Io non è più fondamento assoluto, ma tramite (Durch) attraverso cui la vita originaria (Urleben) si manifesta nella realtà effettiva. Tale riformulazione trova compimento nell’Iniziazione alla vita beata (1806), opera in cui la filosofia trascendentale assume i tratti di una fenomenologia della vita spirituale. La teoria della quintuplicità delle visioni del mondo, fulcro dell’opera, illustra i diversi gradi di maturazione morale e spirituale che conducono dalla sensibilità alla scienza, delineando un itinerario pedagogico orientato alla beatitudine come compimento dell’agire. Il lavoro di tesi mette così in luce la coerenza interna della filosofia fichtiana, mostrando come la metamorfosi della soggettività non equivalga ad un abbandono del trascendentalismo, bensì al suo approfondimento radicale. Dall’Io assoluto alla vita originaria, il filo conduttore rimane la convinzione che l’essenza della soggettività consista nell’azione, e che solo attraverso la prassi sia possibile accedere alla verità ultima della vita beata.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.12608/94926